LUIGI GUALDO
V. Bona1868
Tra le nove e le nove e mezzo tutti li[var]var.1877: gliinvitati ſi accomiatarono l'un dopo l'altro e il duca rimaſe ſolo con Tibaldo, il ſuo più intimo amico[note]L'attribution de ce nom est une référence à la pièce de Shakespeare Roméo et Juliette. Le personnage de Tibalde tient le rôle d'ami confident., che aveva rifiutato di accompagnare qualunque di quelli che partivano. Queſto amico dal nome shakſperiano era un giovane di origine mezzo indiana[var]var.1877: asiatica Cette correction du lexique affecte peu en profondeur les isotopies assurant la cohésion du texte. Le personnage de Tibaldo, ami du duc Giorgio di Westford est d’abord désigné comme d’origine indienne puis asiatique. La caractérisation de ce personnage, liée au lexique est marquée par une reprise, un remplacement d’adjectif., dalla tinta olivaſtra, dai capelli neri, dai lineamenti irregolari ma eſpreſſivi e dal corpo eſile; che per una ſingolare comunanza di guſti e d'idee inſieme ad una certa facilità nel piegare alla volontà del più fermo, per la verſatilità del ſuo carattere, per la paſſione irreprimibile che lo ſpingeva verſo i capolavori dell'arte e verſo tutte le coſe belle in generale, era diventato l'aſſiduo compagno del duca e - ſebbene non del tutto - meglio di qualunque altro ſi poteva vantare di conoſcerlo.
Nella ſua caſa ai Champs Elyſées[var]var.1877: Elysées Le mot « Elysées » en français dans le texte original. L’italique comme signe typographique servant de démarcation énonciative est supprimé en 1877. dove il duca viveva ſolo ma dove ſi vedeva circondato a ſuo cenno ed a ſua ſcelta dalla ſocietà più alta o dalla più intelligente - o dalla più divertente (dalla migiore inſomma in qualunque ſenſo ſi voglia prendere la parola) vi era ſtato gran pranzo quella ſera. Queſta volta egli aveva riunito alla ſua tavola una decina d'uomini ſoltanto, tutti celebri o vicino ad eſſerlo per motivi più o meno futili o meritevoli; ad un gran pranzo, ſe ſi badaſſe alla ſontuoſità della menſa, alla raffinata ſquiſitezza dei cibi; ad un pranzo molto intimo, ſe invece al diſcernimento con cui ſi era fatto l'invito. La ſala da pranzo era di un luſſo ſevero, incomprenſibile per qualunque arricchito da ieri; il legno di quercia, li ornamenti in bronzo, il cuoio di Cordova, vero; le ceſellature inapprezzabili al punto di viſta artiſtico, dove le dorature avevano una parte ſquiſitamente ſobria; le alte credenze maſſicce abbaſtanza per ſoſtenere il peſo delli enormi piatti, dei criſtalli eleganti, dei vaſi ingenti di ogni ſorta che le coprivano, il tappeto turco dai colori chetamente vivaci - formavano un inſieme aſſai armonioſo, ma un po' triſte ed oſcuro. A queſto contraſtava la tavola che nel mezzo della vaſta ſala, coperta da una magnifica tovaglia di Fiandra, tutta ſcintillante di criſtalli e d'argento, rallegrata dai fiori e illuminata da quattro candelabri che ſembravano mazzi di luce[var]var.1877: quattro candelabri simili a mazzi di luce, ravvivava tutto intorno a ſè e rendeva ſimpatica la ſeverità delle pareti. Il pranzo era ſtato lungo, non eſſendo dappertutto ſeguita la moda di pranzare come ſe la locomotiva vi aſpetti per partire, i piatti contenenti li[var]var.1877: gliultimi riſultati dell'arte gaſtronomica avevano girato- e rigirato, i bicchieri di Boemia avevano tinte le loro faccette talora del color del rubino, talora di quello del topazio a infinite ripreſe, la converſazione era ſtata ſvariata, vivace, perfino ſeria qualche volta. Come ſi uſa in ſimili caſi, ſi erano sfiorati quaſi tutti li argomenti poſſibili ed impoſſibili; ma verſo la fine l'anfitrione era rimaſto un po' ſopra penſiero come gli accadeva talvolta.
Dalla ſala ſontuoſa adiacente a quella da pranzo, i due amici rimaſti ſoli paſſarono nell'appartamento privato, compoſto ſolo di tre ſtanze[var]var.1877: nell’appartamento privato, composto di tre stanze Notons, par la supression de l’adverbe de négation « solo » en italien une reprise d’ordre stylistique. Cette variante auctoriale consiste à privilégier la négation restrictive. du discours proposé.: una da letto, un gabinetto per veſtirſi ed uno ſtudio. Entrarono in queſt'ultimo. Era una ſtanza molto alta in proporzione della ſua grandezza dalle pareti e dalla volta[var]var.1877:vôlta ricoperte di velluto celeſte, circondata ſu tutti li[var]var.1877:gli angoli da una cornice nera intrecciata che ſeguendo poi l'arco della vòlta ſi riuniva nel mezzo al punto più alto in un roſone. Un Tiziano ed un Tintoretto da una parte, un Michelangelo e un Rafaello dall'altra, al loro poſto [var]var.1877: Due pareti erano ornate da quattro magnifici dipinti di maestri della scuola Veneta; L’intention originelle de l’auteur consiste en une vision fragmentaire de la production artistique, pour laquelle les sources apparaissent lacunaires. La notion d’« école » demeure vague. Le lecteur fait face à l’anonymat de la production qui lui est donnée à lire. Dans la version remaniée, en revanche, l’auteur passe de la mention explicite de peintres à la mention générique d'école, laissant les peintres dans l'anonymat. una larga fineſtra ſulla terza parete e ſu quella del fondo uno ſpecchio grandiſſimo circondato da una cornice in legno nero[var]var. 1877: su quella del fondo ammiravasi uno specchio circondato da una cornice in legno nero L'ajout du verbe "ammirare" en 1877 supposait un sujet de perception, insérant le savoir dans le texte comme un savoir comme un témoin fictif , qui, sous couvert de la forme indifférenciée de « on » peut moduler le savoir d’un auteur omniscient.ſcolpita di un magnifico di ſegno barocco; ſotto a queſto un camino in marmo nero con un gran fuoco, una ſcrivania coperta di libri e carte, una libreria d'ebano intarſiato d'avorio, dei mobili di velluto celeſte, baſſi, ſoffici, orientali, una gran tavola coperta di mille ninnoli, di fiori, di miniature; qua e là qualche bronzo ſquiſitamente elegante, in un angolo un ingente vaſo del Giappone dal quale uſcivano le foglie ſmiſurate di una begonia rara, autorizzata dalla temperatura da ſerra, ſul ſuolo un tappeto perſiano, ſoffice come un prato a primavera.....
Fuori nevicava - le poltrone ſtendevano le loro braccia di velluto, e una vôlta[var]var.1877: volta adagiati ſopra di eſſe era difficile rialzarſi. Il duca ſi levò l'abito, ſi avvolſe in una caſaccata di ſeta a colori vivaci, acceſe il narguilhé[note]narguilhé « ... narguilhé ». Également appelé chicha ou shisha, c’est un dispositif traditionnel originaire du Moyen-Orient et d’Asie du Sud, utilisé pour fumer des mélanges de tabac aromatisés ou d’autres substances. Des récits de voyages fictifs y font allusion. L’étymologie du mot est incertaine ; on le trouve également orthographié nargile. Ce mot est en italique dans le texte italien de 1877. che poſava per terra e appoggiati i piedi ſulle sbarre del camino, cominciò ad aſpirare voluttuoſamente il fumo odorante, mentre nel vaſo il fuoco profumato crepitava. – « Uſcire ſtaſera?» egli diſſe, «ma perchè ſi deve uſcire? Penſa, Tibaldo, ſe ſia poſſibile imaginare qualcoſa di più ſtupido, di più inſulſo che metterſi in una carrozza fredda, e rotolare un quarto d'ora per andare in un teatro troppo caldo, dove ſi ſta molto mal ſeduti ad aſcoltare della cattiva muſica, d'onde paſſare in un club[note]club provient de l’anglais et signifie « groupement, association de personnes ». Ce mot en italique dans le texte italien, en 1877. a dire e farſi dire delle beſtialità e a perdere del danaro[var]var.1877: denaro, oppure in qualche orribile ſala male ammobiliata[var]var.1877: ammobigliata Le mot ammobigliata est sans doute une forme moins correcte et renvoie à une orthographe non stabilisée, c’est ammobiliata qui semble plus attendu. e fetente di gas a bere del cattivo vino e cenare in un modo infame[var]var.1877: malecon delle donne brutte e vecchie, veſtite con una eleganza falſa e coperte di profumi inſopportabili,[note]Non satisfait de la première version du texte, Gualdo reconsidère les liens entre la culture matérielle du repas et les rôles liés au genre. La misogynie de ce passage, maintenue lors de la réécriture, désigne certaines femmes comme laides et vieilles. Le narrateur prête d’abord attention à la mauvaise manière de manger puis à la réputation entachée du duc de Westford par sa fréquentation du club. Le club est présenté comme un lieu de mauvaise réputation, face auquel le narrateur semble adopter un approche moraliste. Incarnant un lieu de perdition, le club favorable au loisir, à la vanité, à l’avidité et à la luxure est propice à la naissance de la névrose. Contrairement aux tavernes et aux estaminets, le club est fréquenté par les classes aisées. – «Non hai del tutto torto e anch'io mi ſento quaſi troppo pigro per movermi,[var]var.1877: anch’io mi sento troppo pigro per movermi, e trovo che qui al caldo ſi ſta piuttoſto bene, o riſpoſe Tibaldo, « pure mi ſembri molto invogliato queſta ſera a volgere ſopra le coſe un occhio troppo male volo ed a cercare il lato brutto della vita. Ma dico anch'io chi deve uſcire? Penſo quaſi di non tornarmene nemmeno a caſa mia e di paſſare la notte ſu queſta poltrona, , e così dicendo appoggiò la teſta come voleſſe dormire e ſtendendo le gambe ſopra quelle del duca, aprì la bocca ad un ſemi-sbadiglio, ſegno piuttoſto di pigro beneſſere che di noia. Il duca taceva; Tibaldo proſeguì: – « Sei però ingiuſto verſo le donne, ve ne ſono ancora per l'Europa una dozina[var]var.1877: dozzinadi belle. Oggi vidi la Ximena a cavallo e ti aſſicuro che con quel buſto di ſtatua antica, con quell'occhio di fiamma e quei capelli d'oro era un'apparizione[var]var.1877: apparizzione da far fermare chiunque, mentre paſſava di galoppo, guidando con le ſue mani di fata il magnifico morello che le ha dato Federico, e ſtando in ſella con quella ſuprema eleganza che in tutto la diſtingue. – « Peuh! » fece il duca, « non la poſſo ſoffrire. Ora mai di donne belle non ne conoſco più; dipenderà forſe da ciò che non mi pare poſſibile di amarne alcuna, e che rimango affatto indifferente dinnanzi[var]var.1877: dinanzi a loro. Ma ſe aveſſi a fare una eccezione mi traſporterei nell'alta ſocietà e nominerei Lady Iſabella.
Lady Iſabella era una ingleſe appena giunta, giovaniſſima, ſpoſa di un ex-ammiraglio aſſai maturo, donna di una bellezza più che ideale, troppo ideale: di materia non vi era che quel che è neceſſario a contenere l'anima che ammaliavauſcendo[var]var.1877: visibile dai ſuoi grandi occhi azurri[var]var.1877: azzurri; era una bellezza languente, vi era nel ſuo portamento qualche coſa di ſtanco e d'indeciſo, il corpo laſciava molto a deſiderare[var]var.1877:il corpo lasciava a desiderare ed il pallore delle ſue guance e l'eſtrema finezza del ſuo profilo belliſſimo non ſarebbero piaciuti a tutti. – (( Lady Iſabella ! Tu ſei un ammiratore di Lady Iſabella! Chi lo avrebbe mai ſuppoſto! Ma non ti accorgi che ti metti[var]var.1877: d'essere in aperta contradizione con tutto quello che hai detto fino ad oggi? Tu, così pagano nei tuoi guſti, che non ſapevi capire altre bellezze che quelle delle ſtatue greche o delle cortigiane della ſcuola veneta, confeſſi ora di trovar bella la più immateriale, la più eterea creatura che abbia mai veduto, e che è bella ſoltanto di quella bellezza malaticcia e che ſi potrebbe chiamare moderna, eſſendo quaſi ſconoſciuta prima di queſto noſtro ſecolo ammalato eſſo pure e capricioſo. – « Mi ſono perſuaſo che qualunque bellezza è la bellezza. Il tipo maeſtoſo delle epoche primitive e ſerene non eſiſte più, o aſſai raramente, la bellezza di Lady Iſabella è come tu dici moderna, ma è vera bellezza. Tutto è imperfetto in lei ma ella forma una perfezione. Il ſuo ſguardo ſtancato, il ſuo languore, la guancia pallida, quel l'aſpetto di pianta che non ha potuto raggiungere lo ſviluppo completo; quel ſorriſo ammalato e lieto al tempo ſteſſo, quella fiamma che traluce dai ſuoi occhi un iſtante per ſubito ſpegnerſi, ne fanno la perſonificazione dell'epoca noſtra piena di aſpirazioni e di ſcoraggiamenti, che vede l'avvenire ma dubita di avere forza ſufficiente a raggiungerlo. Se d'un tratto una Venere greca aveſſe ad animarſi, ſe nel ſuo occhio ſenza pupilla d'improvviſo sfavillaſſe lo ſguardo e cambiando la ſua poſa immortale mi apriſſe le braccia bianchiſſime volendo ſcendere dal piedeſtallo, certo la preferirei; ma dacchè il ſorriſo della Gioconda non ſarà mai realizzato in una donna, dacchè le cortigiane del Tiziano non abbandoneranno mai, qualunque collare di perle loro aveſſi ad offrire, lo ſtrato di velluto purpureo ſul quale la loro bellezza sfida il tempo, capiſco che LadyIſabella può far battere il cuore a quelli che s'inamorano. Il ſuo ſguardo è ammaliante; eſſo contiene un po' di quelle coſe che tutti ſentono, ma che neſſuno dice e che perfino i poeti non ſanno e forſe non vogliono eſprimere. Quello che diſſero i più grandi poeti è certo ammirabile, e vi è un incanto nel ſuono della loro lira, ma quanto più ſtupende erano certo le coſe che ſentirono e non diſſero forſe perchè la lira di quaggiù non avrebbe ſaputo reſiſtere a quelle note! Nell'occhio di LadyIſabella ſi legge qualcuna di queſte coſe». Vi fu una pauſa. Il duca ſembrava riflettere ſulle parole ſteſſe che aveva pronunziate, e Tibaldoſognava, guardando fiſſamente uno dei tizzoni che ſtava ſperdendoſi in bragia. Un ſorriſo paſſò ſulle labra del duca, e come accade ſpeſſo, quando interrupe di nuovo il ſilenzio, i ſuoi penſieri avevano deviato, talchè ſoggiunſe: – « Non è vero, Tibaldo, che coteſta impotenza che provano i poeti ad eſprimere i loro ſenſi più arcani, i penſieri reconditi che germogliano miſterioſi e vergognoſi talvolta nei più reconditi receſſi dell'anima, noi comuni mortali - la proviamo a dire completamente le coſe le più ſemplici; a ſvelare per eſempio lo ſtato in cui ci troviamo in una faſe della vita piuttoſto che nell'altra ? – « Credo che non ti farebbe però molto difficile il farlo adeſſo. Io lo ſaprò eſprimere per te, conoſcendoti forſe più ancora di quello che lo imagini. Sei ſtato giovane troppo preſto e giovane come ſei ancora ti ſenti vecchio, hai viſſuto troppo e ſei ſtanco ed annoiato di quaſi tutto, ſei andato troppo in fondo alle coſe ed hai trovato che il fondo non è bello. La è una vecchia ſtoria. – « Ti sbagli, Tibaldo, ti sbagli profondamente. Porti ſu di me un giudizio, che ne ſono certo è il comune; credo che il mio calzolaio dica di me quello che tu hai detto ora. Davvero, ſcuſa, ma ne ſono quaſi umiliato per te.
Tibaldo non potè a meno di ridere, ma riſpoſe: « puoi negarlo, ma ti aſſicuro, mio caro, che c'è molta verità in quello che ti ho detto, e foſſi anche d'accordo col tuo palafreniere, il tuo palafreniere ha ragione. – « Avete tutti torto. Neſſuno è meno ſtanco e meno annoiato di me, e in un certo ſenſo - ſpalanca pur gli occhi – lo ſono meno di te. Sono annoiato a morte ſe vuoi dal compleſſo di queſta vita arcimonotona nella ſua varietà, ma neſſuno quanto me ſa guſtare - ſe ſcendiamo al particolare - la più piccola coſa. Il divertimento più raffinato mi annoia ſpeſſo, ma in contracambio ſono divertito, più di qualunque altro, dal più volgare. Tutto mi intereſſa, tutto attira ancora la mia attenzione, il nemico più grande della noia, la curioſità, mi agita ſempre, a propoſito di tutto. Sono, come è naturale, abbaſtanza ſatollo di balli, di cene, di corſe, di cavalli e di ballerine,[var]var.1877: attrici L’auteur change « attrici » en « ballerine ». Cette révision amène à reconsidérer la manière dont le récit met en œuvre l’ennui et les divertissements supposés le tromper. Le divertissement pour Giorgio di Westford réside notamment dans les arts de la scène. di ricevimenti ufficiali e di brutte copie delle orgie antiche; ma in mezzo al più noioſo divertimento d'un tratto una piccola coſa mi attrae, mi occupa, mi rallegra. Pure quì, ſono obligato a condurre queſta vita; per cambiarla davvero, non baſterebbe nemmeno viaggiare come ho già provato, biſognerebbe partire cambiando di nome, di tutto, e vivere laſciando che la vita ſcorra come vuole in un paeſe ove mi foſſe poſſibile l'uſcire ſenza eſſere additato da tutti. »
Come ſi vede, la converſazione aveva ſubito - come accade ſpeſſiſſimo - una ſenſibile deviazione, dalla bellezza delle donne in generale e di Lady Iſabella in particolare, ſi era paſſato a delle conſiderazioni ſulla vita - e il duca, coſa per lui rariſſima, era quaſi ſul punto di fare a Tibaldo delle ſemi-confidenze. Queſti che lo conoſceva abbaſtanza per ſapere che la più piccola interruzione ſarebbe ſtata ſufficiente ad arreſtarlo ſu quella via nella quale certo non s'impegnava che quaſi involontariamente, ſi guardò dal fiatare. Infatti il duca ripreſe: – « E ti confeſſo, Tibaldo, che da qualche tempo queſta idea mi frulla ſpeſſo ſtranamente nel capo. Ma le abitudini, le abitudini ſono un vincolo ben tenace; tutta quella gente cui non ſo perchè ſi dà il nome di amici, indifferenti affatto come mi ſono, - ho però l'abitudine di vederli; le ſale noioſe e i gabinetti più noioſi ancora, il club, i viali del boſco, i ridotti dei teatri, tutti quei luoghi che mi ſono diventati uggioſi a forza di ſtarvi, mi attirano oſerei quaſi dire per le ſteſſe ragioni per le quali mi reſpingono. A queſta caſa le voglio bene, mi rincreſce di abbandonare i miei Tiziano e i miei Rafaello, le mie coppe ceſellate e i miei vaſi rariſſimi; talvolta per fino non ſo riſolvermi a laſciare i miei cavalli. Poi avrei qualche rincreſcimento a ſtar molto tempo ſenza vederti, mio cariſſimo. - – « Grazie del poſto che mi aſſegni, , diſſe Tibaldo ridendo: « ma come, nemmeno io ti potrei accompagnare! – « No. Altrimenti ſarebbe come le altre volte. Ho già viaggiato, ma ſempre facendomi ſeguire da una parte delle mie abitudini di quì! Ora non ſi tratterebbe di viaggiare per viaggiare; vorrei provare, come ti diſſi, di andare a vivere in un paeſe nuovo per me, e dove io foſſi nuovo per tutti e ſconoſciuto. Se tu veniſſi, il progetto ſarebbe rovinato. – « Se non mi vuoi, non verrò.Sono[var]var.1877: Sarodel reſto aſſai curioſo di vedere come avreſti a tornare. Originale come ſei, è difficile ſupporre che tu poſſa diventare più ſtravagante di adeſſo, ma in te tutto è poſſibile. - – « Fuorchè poſſa ſtare molto tempo ſenza bere. » Così dicendo il duca tirò il cordone di ſeta celeſte e nera del campanello e poco dopo entrò un moretto veſtito di giallo portando ſul palmo della mano all'altezza del capo un piccolo vaſſoio d'argento con un'anfora piena di vino color d'ambra ed alcuni bicchieri.
Il colloquio dei due amici durò ancora tanto che il fuoco era preſſochè ſpento, il lume della lampada cominciava a vacillare, il marguilhé non ſuſurrava più e l'anfora era vuota mentre parlavano ancora. Se qualcuno aveſſe potuto ſtar naſcoſto dietro le tende ad aſcoltare, non avrebbe certo detto[var]var.1877: pensato L’auteur remplace « detto » par « pensato ». Cette révision introduit l’élément langagier qui contraste avec l’expérience psychique vécue par le personnage. che i loro diſcorſi mancaſſero di varietà. La converſazione ſcendeva e ſaliva come i raggi di un fuoco d'artifizio; talvolta languiva e ſembrava ſi addormentaſſe, poi, ravvivata da una parola gettata a caſo, riprendeva nuovo vigore, entrando in un'altra via. Parlarono d'arte e di donne, dell'ultima comedia e della vita futura, del l'India e delle caccie alla volpe, di corſe e di muſica, di cento altre coſe e del progetto del duca. La pendola di lapiſlazzuli che era ſul camino ſegnava già le prime ore dell'indomani[var]var.1877: La pendola di lapislazzuli segnava già le prime ore del mattino, quando finalmente Tibaldo preſe congedo dall'amico, giurando di non avere ſprecato la ſua ſera, e queſti, accompagnato dal moretto che faceva lume, paſſò nella ſtanza ove il letto lo aſpettava - un letto baſſiſſimo come quello delli orientali.
Certo il nome del duca di Weſtford non può riuſcire affatto ſconoſciuto ad alcuno. Ebbe una di quelle rinomanze non durevoli, ſe ſi vuole, ma abbaſtanza eſteſe perchè il ſuo nome non ſia nuovo anche per quelli che non ebbero la fortuna di conoſcerlo e che viſſero lontani dai luoghi che egli frequentò maggiormente. La ſua figura, la ſua ricchezza, il ſuo ingegno[var]var.1877: carattere Ce changement lexical, consistant à remplacer « ingegno » par « carattere » a pour effet de créer le régime descriptif du typique. C’est un type qui est retenu, mais demeure seulement suggéré par des synonymes disparates tels que « caractère », « image » ou encore « caricature »., il ſuo nome; l'inarrivabile eleganza, i guſti ſquiſiti e ſtrani, la ſua paſſione per le coſe d'arte, l'orientale prodigalità ne reſero il nome popolare. Pure rimaſe un tipo a ſè. Il ſuo carattere era originale quanto la ſua figura e la ſua eleganza. Inoltre quanto era eclettico nei ſuoi guſti altrettanto era coſmopolita. Lo era un po' per naſcita, molto per l'educazione, completamente per abitudini e per guſto. D'ingleſe non aveva che il nome, ſuo padre avendo paſſato quaſi tutta la vita ſul continente, per ragioni che è inutile l'eſporre, dove ſi era ammogliato con una italiana, figlia unica e belliſſima di un patrizio romano. Queſta morì dando alla luce il noſtro eroe, il quale paſſò con ſuo padre rimaſto ſolo tutta l'infanzia e l'adoleſcenza viaggiando, e non andò che due volte in Inghilterra. Il duca morì egli pure poco dopo, e Giorgio ſi trovò giovaniſſimo a Parigi, duca di Weſtford e padrone di una ſoſtanza coloſſale. Era ſtanco di girare, ſi trovava nella capitale del mondo, ch'è un po' la città di tutti, più a caſa ſua che a Weſtford o a Londra, e per ciò comperò una caſa elegante con un bel giardino, e vi ſi ſtabilì.
Non vogliamo certo raccontar quì tutte le ſue follie, rè deſcrivere il luſſo inimitabile di cui ſi circondò; ſolo la deſcrizione eſatta della ſua camera e la breve dipintura di una delle ſue feſte baſterebbero a fare un volume; che il lettore ſi raſſicuri, non è noſtra intenzione il farlo. Diremo ſoltanto che dopo di aver viſſuto più e meglio di molti altri, dopo di aver ſpeſo la ſoſtanza di una mezza dozina di ambaſciatori plenipotenziari, dopo di eſſer riuſcito a far parlare di ſè, dopo di aver compito, ſempre in compagnia di qualche amico, qualche viaggio, dopo di aver avuto i più bei cavalli, i più ricchi appartamenti di Parigi, dopo di aver dato alle donne meno brutte i più prezioſi gioielli, lo troviamo al momento in cui ebbe con Tibaldo il colloquio memorabile traſcritto nel capitolo precedente privo di molte illuſioni, prima di averle provate, un po' ſtanco della vita che conduceva e volendo ma non ſapendo riſolverſi a cambiarla.
Vi era però in lui una potenza ineſaurabile d'intereſſarſi anche alle più piccole coſe, purchè per un lato qualunque meritaſſero l'intereſſe; neſſuna delle ſue facoltà intellettuali era in alcun modo affievolita, e purchè poteſſe cambiare di ſcenario, vivere ſenza che la ſua più piccola azione foſſe diſcuſſa ed imitata, ſpogliandoſi della ſua riputazione di cui era annoiato e cercando i divertimenti più ſemplici di cui era meno ſtanco, non avrebbe certo conoſciuta quella più terribile delle malattie, la noia.
Abbiamo detto che egli aveva molto viſſuto e davvero non aveva ſprecato il tempo; ma appunto il ſuo ſtato eccezionalmente ricco ed indipendente che gli aveva conceſſo di ſodisfare tutti i ſuoi deſideri, gli aveva impedito di riſentire quelle emozioni che ſono la parte del più gran numero. A queſto giovane che aveva provato tutto, quello anche cui quaſi neſſuno può raggiungere, erano mancate le più comuni ſenſazioni; egli ignorava la lotta, la gioia della coſa a lungo vagheggiata invano ed il trionfo di ottenerla, la paſſione contraſtata; ſentiva perfino qualche volta un vuoto che a lui ſteſſo riuſciva ineſplicabile. La ſua vita non era ſtata ſempre frivola ed allegra come una feſta per la quale il mattino non giunge mai; egli conoſceva l'amore, aveva amato con paſſione, con tutte le raffinatezze dell'anima ſua eletta e del ſuo ingegno ſuperiore, ma in amore, come nel reſto, nel ſenſo più egoiſtico della parola, era ſtato fortunato. I ſuoi amori erano ſorti chiari, luminoſi, inevitabili; la via gli ſi era aperta dinnanzi fiorita e ſenza ſpine, con abbaſtanza oſtacoli e miſtero per renderla intereſſante, ma ſenza urti violenti o lagrime a mare; - avevano durato quello che dovevano - ed erano finiti come un bel tramonto di una bella giornata di luglio, dorati, fulgenti, ſenza ſcoſſa, ſenza rimorfi, ſenza ferita ſanguinoſa, meſtamente ma ſerenamente.
Chi lo avrebbe detto? Queſto felice mortale, ſegno del l'invidia di tutti, ſi ſentiva talora invidioſo a ſua volta di quelli che lo invidiavano. Invidiava quei figli di famiglia, novizi nella vita pei quali egli era un re: invidiava loro li amori contraſtati, le difficoltà, i debiti, le impertinenze che ricevevano dalle belle ſdegnoſe, e le acerbe rimoſtranze del padre o del tutore: invidiava loro i deſideri inſodisfatti, il cavallo che arrivava troppo tardi e la cambiale che ſcadeva troppo preſto. Talvolta ſcendeva ancor più e invidiava allo ſtudente i trionfi dei balli aperti[var]var.1877: publici e li eſami non paſſati.
Egli conoſceva tutti - tutte le ſocietà, la buona e la cattiva. La ſua curioſità invincibile lo aveva ſpinto dappertutto, i ſuoi mezzi gli avevano dato facoltà di tutto approfondire. Quando la ſua carrozza paſſava, quella perfezione del guſto che era il ſogno non realizzato di ogni membro del Jockey Club, tutti dicevano: è il duca Giorgio. Di tanto in tanto cambiava bruſcamente le abitudini,[var]var.1877: vita tanto la ſua natura irrequieta era avida di varietà, e tanto cercava di moverſi nel circolo largo ma riſtretto per lui, in cui ſi trovava. Ora lo ſi vedeva ſempre e dovunque, ora non lo ſi vedeva che in pochi luoghi privilegiati, ora non lo ſi vedeva più. Queſte ecliſſi totali erano le meno frequenti, ma accadevano talvolta - allora qualcuno lo credeva perfino partito, ed egli non ſi era moſſo da Parigi e qualche volta da caſa.
Se foſſe ſtato poſſibile aſſegnargli una nazionalità, per quanto indeciſa, lo ſi ſarebbe detto franceſe, per lo ſpirito ed il brio e per la noncuranza: ma dal padre aveva ereditato la freddezza ingleſe e li occhi chiari, dalla madre una facilità di percezione e una impetuoſità italiana che ſcoppiava talvolta, e i capelli oſcuri. Il ſuo volto era di quella bellezza ſuprema in cui la regolarità ſteſſa dei lineamenti dona l'eſpreſſione, e ſarebbe ſtato un tipo claſſico ſe la finezza non foſſe ſtata perfino un poco eſagerata e l'occhio un po' troppo allungato di forma. Non ſarà difficile perciò l'imaginarſelo; tranne in una coſa: impoſſibile farſi un'idea del ſuo ſorriſo. Chi lo vide una volta non lo dimentica più ; per quanto foſſe ricco, crediamo che in eſſo ſteſſe la ſua maggior ricchezza. Per chi poſſiede un tal ſorriſo la parola diventa un acceſſorio; diceva dei volumi, accompagnava, rinforzava, contradiceva lo ſguardo. Perſuadeva, intimava, raſſicurava, chiedeva perdono e l'otteneva ſempre; era talvolta di un'audacia invincibile. - Quel ſorriſo ſtrano, capricioſo, irregolare per così dire, che ſi abbozzava in mezzo a quel viſo ſenza difetto, contraſtava con la bellezza claſſica del profilo, nè ſe ne ſarebbe creduta capace quella bocca ceſellata a perfezione. Del reſto molto ben fatto, ſebbene un poco eſile, con la mano nervoſa e finiſſima e un piede da donna, ſveltiſſimo di movimento, di ſtatura media, ma con l'apparenza di un uomo alto per la quaſi femminile eleganza del portamento, era una di quelle figure che attirano l'attenzione, e forſe ſarebbe ſtato oſſervato anche non chiamandoſi il duca di Weſtford. È poi indubitabile che la ſua riputazione non era unicamente dovuta al ſuo nome e alla ſua ricchezza, e nemmeno alla ſua bellezza ed alle ſue follie. Il ſuo ingegno e più ancora il ſuo ſpirito vi entravano certo per una gran parte, e inſieme a coteſte qualità principali, altre minori; per eſempio la perfetta noncuranza dell'opinione, i ſuoi modi inimitabili, la ſua gentilezza miſta ad un'ironia fina e che non feriva mai, la ſua generoſità che faceva sì che le voci della riconoſcenza ſoffocaſſero quelle dell'invidia. La ſua paſſione per il bello lo ſpingeva di predilezione verſo i frutti della fantaſia e la ſua paſſione ed intelligenza nelle arti era tale che ſuoi giudizi avevano qualche peſo, ed erano certo improntati di molta giuſtezza inſieme a molta originalità.
Quando egli incominciò a vivere a Parigi, giovaniſſimo come era allora, eccitò talmente l'intereſſe generale che ſi parlò di lui ſolo per molto tempo. La ſua comparſa fu un trionfo. E durò perchè le ſue qualità erano ſvariatiſſime e le ſue originalità veramente originali. Tutto gli era permeſſo, tutto gli era acceſſibile. Il ſuo luſſo era di una ricercatezza ſconoſciuta. Non crediamo tutte le ſtorie che ſi narrano ſul ſuo conto, ma in tutto ci deve eſſere una baſe di vero.
Egli aveva pochiſſimi parenti in Inghilterra, molti a Roma, ma queſti non ſe ne curavano, la più parte non conoſcendolo che di nome. I primi però ſi occuparono di lui, ſuo malgrado, ben inteſo, e combinarono di maritarlo con la figlia di un principotto tedeſco mediatizzato. Egli rifiutò ſubito, ma come accade ſempre, ſi ſparſe per qualche tempo la voce che foſſe vero, e creò una commozione ſtraniſſima, e altretanto interminabili furono le ciarle a propoſito del ſuo rifiuto.
Il progetto ch'egli aveva confidato a Tibaldo da qual che tempo lo occupava, ma rimaſe per moltiſſimo ancora dopo il colloquio di quella ſera allo ſtato di ſemplice progetto. La teoria a propoſito delle abitudini ch'egli aveva allora un po' comicamente eſpoſta all'amico, è, come tutti ſanno, veriſſima, e trovò il tentativo di romperle ancor più difficile di quello che credeva.
Fu però fermo nel propoſito di non tenerne parola con alcuno e Tibaldo mantenne ſcrupoloſamente il ſegreto, talchè quando finalmente fu alla vigilia di eſſettuarlo, neſſuno lo ſoſpettava, nulla affatto ne era trapelato.
Le ſue diſpoſizioni furono preſto preſe. Incaricò un uomo di confidenza di vendere i cavalli, tranne i ſuoi tre favoriti, ma non volle che alcuna delle perſone al ſuo ſervizio foſſe licenziata. Raccomandò acciò ſi aveſſe molta cura perchè le opere d'arte ch'egli tanto affezionava, non poteſſero ſoffrire alcun danno durante la ſua aſſenza, che naturalmente doveva eſſer lunga. Non ſalutò nè la Ximena nè alcuna delle donne « di un carattere leggero » che ſi vantavano di conoſcerlo, nè andò a baciar la mano a Lady Iſabela nè ad alcuna delle dame più in voga. La vigilia della partenza - mentre il ſuo fido cameriere ſi occupava delli ultimi preparativi e faceva i bauli, - egli conduſſe la ſua vita ſolita e neſſuno di quelli cui rivolſe la parola o parlò lungamente ebbe nemmeno una lontana idea di non rivederlo all'indomani. Verſo le quattro comparve in una carrozza nuova con una mezza-daumont, di due ſauri puro ſangue, montati da un ragazzo di quindici anni, che con la ſua giacchetta celeſte e argento e le ſue guance roſee, ſembrava un cherubino in livrea. Diſſe una parola di complimento alla Fiorelli, la celebre prima donna, ſul modo divino con cui aveva cantato la ſera prima nei Veſpri, offerſe alla ducheſſa di M. il fiore che portava all'occhiello, parlò per cinque minuti con un ſegretario del miniſtro. - Alla ſera ſi affacciò al ſuo palco. All'indomani la ducheſſa di M. paſſando per caſo in carrozza un po' dopo mezzo giorno dinnanzi alla caſa del duca, non potè quaſi credere ai ſuoi occhi vedendo chiuſe tutte le impoſte, il giardino deſerto e tutta l'abitazione improntata dei ſegni dell'aſſenza. Fu la prima a raccontarlo e ſubito la notizia ſi ſparſe con la celerità del telegrafo. Fu creduta, contradetta, commentata, ma conſtatata. - Weſtford era partito! Tibaldo fu ſubito interrogato, ed egli che non aveva più motivo di tacere, confermò che Giorgio aveva laſciato Parigi. – « E dov'è andato ? – « Non ſò. – « E quandò tornerà ? – « Non me l'ha detto.»
Il paeſe di Europa il più pittoreſco, e allo ſteſſo tempo non troppo lontano dai grandi centri della vita attuale, è certamente la Spagna. L'influenza moderna che tutto uniforma forma e toglie ai coſtumi dei popoli il loro carattere ſpeciale non vi ha penetrato ancora che in parte, e, abitandovi, vi potete credere ad una diſtanza molto maggiore di quello che ſiete realmente dalle città dove le comunicazioni rapide del telegrafo e del vapore hanno tolto ogni marcata individualità di nazione. Inoltre, la vicinanza dell'Africa per la natura; per i monumenti e le tradizioni il lungo dominio dei Mori v'imprimono una originalità ſpiccata ed un faſcino che può conoſcere ſoltanto chi lo ha provato. Nelle città, le vie ſtrette, tortuoſe, le caſe dalle tettoie ſporgenti, li ornamenti moreſchi, il pavimento inuguale, il bianco caldiſſimo del naſtro di cielo che ſi ha ſopra la teſta rammentano talvolta l'oriente; ma più ancora la campagna con i ſuoi paeſaggi aridi e caldi, con le roccie quaſi cotte dal ſole, con l'abbagliante bianchezza del ſuolo e l'infuocato ſplendore del cielo ardente che dà a momenti l'illuſione del deſerto. La triſtezza luminoſa di quell'atmosfera bianca e incendiata è affatto nuova per chi è abituato a conſiderare ſempre un raggio di ſole come un ſorriſo e a ſentirſi pieno di noia quando il cielo ſi rannuvola e s'imbruna, e certo ſuſcita nell'anima una malinconia orientale, ſerena, perfante che ne laſcia intravedere quale dev'eſſere la meſtizia delle sfingi, ſeppellite ſino al collo per tutta l'eternità nella ſabbia ignea dell'Egitto.
Sulle prime il paeſaggio non diverte. Quella monotonia di tinte, quella malinconia dorata ſparſa ſopra tutto, quei vaſti ſpazi che di tratto in tratto ſi ſtendono uniformi davanti allo ſguardo, non rallegrati nè da un boſco nè da una forte ondulazione di terreno, ma ſolo da qual che ceſpuglio e da qualche ſcoglio di forma ſtrana, quelle montagne a picco in diſtanza, ſtancano moltiſſimo. Ma a poco a poco ſi capiſcono quelle bellezze cui non ſi è abituati e s'intravede la tranquilla e ſerena poeſia di quel ſuolo perpetuamente accarezzato dal caldiſſimo dardeggiare del ſole e l'orientale maeſtà di quel cielo bianco, lietiſſimo ma non ſorridente. La piaga dei ciceroni inoltre non vi è ancora penetrata, ſi può annoiarſi e divertirſi ſenza che qualcuno ve lo dica, ed ammirare coi propri occhi e non per mezzo d'interprete, poi rammentando le molte avventure accadute nei luoghi ſteſſi che ſi traverſano, ſi gioiſce della ſola idea di trovarſi in pieno decimonono ſecolo in un paeſe dove il romanzo è ancora poſſibile. I viaggiatori di ferviſſima imaginazione poſſono perfino nutrire la vaga luſinga di eſſere attaccati dai briganti.
Nelle campagne e fra i monti il coſtume del paeſe ſi vede ancora molto di frequente, tanto più che ſpeſſo lo veſtono in viaggio anche li abitanti delle città, che però a caſa pongono ogni loro ambizione ad eſſer veſtiti altrettanto male quanto nelle noſtre città. Speſſe volte perciò le tinte brune e ſevere delle rocce ed il bianco della pianura, dove l'occhio cerca invano dei colori vivaci, viene d'improvviſo rallegrato da una macchietta variopinta che - ha anche il vantaggio di eſſere animata. Sulle prime ſpecialmente l'occhio poco eſercitato dello ſtraniero non fa diſtinguere coſa ſia, ma poi ſi accorge che quella oaſi di colori è compoſta da una piccola carovana di perſone veſtite quaſi ſempre del pittoreſco coſtume di maio e montati ſu dei muli tanto bizarramente e riccamente bardati da lottare in eleganza con li ſteſſi cavalieri. E davvero alletta li occhi abituati a non vedere che l'abito del progreſſo, il guardare quelle giubbette in velluto nero, coperte di ricami, quelle cinture roſſe con le lunghe frange che ſvolazzano al vento, quei cappelli crnati di naſtri e di fiocchi... E ſi capiſce come talvolta lo ſteſſo viaggiatore ſia invogliato ad aſſumere il coſtume gaio del paeſe, a ſederſi ſul mulo come un'amazzone, appoggiando il gomito al ginocchio, tenendo fra le dita la cigarette piccoliſſima[var]var.1877: papelito e ad eſſere ſcambiato dalli Ingleſi che s'incontrano coi torero che vanno a farſi applaudire nel circo della più vicina città.
E credete che una volta indoſſato quel coſtume ſi ſente diverſo. Tutte le vecchie abitudini, i pregiudizi, ſi laſciano nelli abiti che ſi ſono tolti, e appena avvolti nei mantelli dalle lunghe pieghe e coperto il capo col ſombrero ſi capiſce molto meglio la bellezza del paeſaggio e ſi ſente meno il caldo[var]var.1877: e coperto il capo col sombrero si sente molto meglio la bellezza del paesaggio e si soffre meno il caldo eſſendo più coperti, a ſeconda del proverbio nazionale. La propria città ſembra a un milione di milia di diſtanza, la vita paſſata ſcompare, e ſi ha l'illuſione di non eſſere nati per altro che per girare, al lento paſſo di un mulo, le ſtradelle malſicure delle montagne iberiche. Sembra un po' più di un ſecolo che non ſi entra nelle ſale di un club, e ſi ride come dinnanzi a una ſuppoſizione temeraria e ſtravagante all'idea di trovarſi ancora una qualche ſera nella noia armonioſa di una ſala da ballo, in abito nero e cravatta bianca. Si dimenticano perfino molte coſe che non ſi credeva poſſibile il dimenticare, penſando che a Madrid, a Siviglia e a Barcellona ſi potranno vedere i piedini della marcheſa d'Amegui, li occhi neri e le labra di corallo tanto decantate, e perfino delle magnifiche chiome bionde, come in Fiandraſi trovano tante pupille nere e treccie d'ebano. E come ſi è potuto vivere ſino allora ſenza una corſa di tori alla domenica?
Queſti erano preſſo a poco i penſieri che ſi aggiravano nella mente del noſtro amico GiorgiodiWeſtford, mentre veſtito del coſtume il più ricamato che ſi ſia veduto mai e montato ſu di un mulo dalla groppa lucente e dalla fiſionomia eminentemente iberica, coſteggiava una piccola ſtrada vicino a un precipizio poco attraente ma molto pittorico, circondato dalla ſua piccola carovana e contento come un uomo che ſi trova a moltiſſime millia di diſtanza dai vari macadam conoſciuti.
Il ſuo ſogno era realizzato. Aveva avuto l'energia ſufficiente per porre in eſecuzione il ſuo progetto, rompendo le tenaci abitudini, ed ora gioiva della ſodisfazione da tanto tempo ricercata di trovarſi libero delle ſue azioni, e dei ſuoi penſieri, lontano dalla monotonia parigina, in un bel paeſe che egli non conoſceva e dove era ſconoſciuto, dove non era coſtretto a niente, e poteva vivere a modo ſuo e ſenza eſſere notato ogni volta che ſi ſoffiava il naſo.
Le contrade che egli attraverſava avevano per lui tutta l'attrattiva della novità; allo ſteſſo tempo riſentiva la dolcezza dei ricordi, rammentandogli di tanto in tanto il paeſaggio d'Oriente che aveva viſitato qualche anno prima. Ma quale differenza tra quel viaggio, impreſo ſotto il ſuo vero nome, in compagnia di alcuni amici, con quattro ſervitori franceſi e molti indigeni, e queſto nel quale ſi trovava ſolo, con un nome fittizio, libero come l'aria e diſtaccato completamente da quanto gli rammentava la ſua vita abituale.
Egli aveva molto letto a propoſito della Spagna ed era contentiſſimo di eſſere riuſciuto al tempo ſteſſo ad effettuare il ſuo progetto e a viſitare un paeſe pel quale da lungo tempo riſentiva una irreſiſtibile curioſità. Era però, ſotto un certo punto di viſta, un cattivo viaggiatore, preferendo ſempre errare all'avventura piuttoſto che ſeguire fedelmente un itinerario qualunque. Girò e rigirò, nelle orrende diligenze che fanno il servizio tra un villaggio e l'altro, oppure ſui muli dall'aſpetto tanto nazionale che ſono le guide migliori ſulle nude e ſcoſceſe montagne: era dimenticandoſi per delle intere giornate nelle interminabili pianure, ora paſſando a fianco, ſenza vederlo, a qual che ſtupendo effetto di natura o a qualche ſtrano avanzo d'arte. Sulle prime, al ſolito, il paeſe gli apparve molto diverſo da quello che ſi era figurato e a dire il vero l'impreſſione era piuttoſto al di ſotto che al diſopra dell'aſpettativa. Lo credeva diverſo. Si aſpettava a qualche coſa di più colorito, di più animato, di più nuovo. Capiva alcune bellezze, vedeva che tutto era pittoreſco, ma non ammirava nulla. Alcuni paeſi infatti, come alcuni poeti, non ſi comprendono che gradatamente. Al primo momento, ſi può quaſi dire che deprimono invece di eſaltare. Poi lentamente, quaſi inavvertitamente, la loro bellezza comincia a diventare paleſe e siamo, ſenza che ne ſia dato il ſentirlo, imbevuti a poco a poco del loro ſignificato. Allora ci accorgiamo che il faſcino raccontato dalli altri lo ſentiamo anche noi e diventiamo a noſtra volta un oggetto di ſtupore pei nuovi arrivati che ſul principio ſentono, come ſentimmo, una ſpecie quaſi di ſcoraggiamento.
Appena Weſtfordebbe capito la bellezza che al primo momento gli era ſtata oſcura, fu inamorato del paeſe che aveva ſcelto e ſi ſentì fortemente invogliato - mentre ammirava il paeſaggio con la intenſità d'intelligenza che ne preſta la ſolitudine - a conoſcere anche la vita ed i coſtumi. Eſeguiva in tal modo aſſai male il proprio piano, che era di viſitare tutto ciò che vi foſſe di più rinomato prima di far ſoggiorno in una città qualunque, ma la ſolitudine - che gli era ſembrata tanto aggradevole nei primi giorni - cominciò preſto ad eſſergli di peſo e un violento deſiderio lo afferrò di provare la vita indipendente che il ſuo incognito gli aſſicurava in una città.
Fu perciò che prima ancora di avere nemmeno fatto il pellegrinaggio dell'Alhambra, l'incontriamo ſul ſuo mulo riccamente bardato, mentre prendeva i più corti ſentieri di traverſo per raggiungere la diligenza che lo doveva condurre a Madrid. Colà neſſuno lo aſpettava, nè amici nè conoſcenti e nulla ſapeva di ſicuro ſul grado d'intereſſe che quella capitale gli avrebbe preſentato. Come tutti aveva molta curioſità per quei coſtumi ſpeciali che non conoſceva ancora, benchè ſapeſſe beniſſimo, dai racconti dei viaggiatori, che in alcune coſe l'attendeva il diſinganno. Egli che ne avrebbe potuto avere cento, non portava ſeco nemmeno una ſola lettera di raccomandazione, tanto aveva voluto eſſer fedele al ſuo programma.
Ritrovando il noſtro protagoniſta un meſe e qualche giorno dopo il ſuo arrivo nella nobiliſſima ed inſigne capitale della Spagna, ſiamo coſtretti ad accorgerci dal ſuo alloggio e dall'attitudine nella quale lo troviamo che la ſua ſmania di vagabondare ſi è ſcemata di molto. Lo ritroviamo infatti infatti ſeduto in un'ampia poltrona, veſtito il più leggermente che ſia poſſibile, vicino a una fineſtra del terzo piano di una caſa, pulita e affatto moderna, in una via tortuoſa di uno dei vecchi quartieri. I vetri erano chiuſi e Giorgio coi piedi più alti del capo in una poſtura ultra americana, teneva un libro alla mano, la cui lettura però ſembrava intereſſarlo mediocremente poichè di tratto in tratto gettava uno ſguardo indagatore tra li interſtizi delle cortine di muſſola bianca, come voleſſe ſpiare qual che coſa dalla parte oppoſta della via.
Queſta, malgrado foſſe ſtretta aſſai, non era però triſte come lo ſono le viuzze nelle città ſettentrionali, tanto il ſole ardente ſa in quel paeſe penetrare dovunque, e nel giorno caldiſſimo di cui parliamo, gettava un raggio che riſchiarava molto pittoricamente la parte più alta della caſa in faccia a quella ove era Giorgio, laſciandone la baſe nella relativa freſcura dell'ombra. Quella caſa era, ſi può quaſi dire, l'oppoſto di quella abitata dal duca, poichè, ſebbene di aſpetto povero e per dire il vero, poco pulito, aveva un carattere di vetuſtà aſſai romantico ed era di un'architettura barocca e contorta, affatto ſpeciale. Vi era in quelli ornamenti ſpezzati, in quei fregi interrotti quà e là, in quelle pitture quaſi cancellate oramai, un contraſto aſſai ſpiccato di opulenza paſſata e di decadenza preſente, che è pur troppo un carattere abbaſtanza ſpagnolo.
La fineſtra, poſta preciſamente di contro a quella del noſtro eroe, e ſulla quale ſembrava poſarſi il ſuo ſguardo tutte le volte che lo ſpingeva attraverſo ai vetri, avrebbe certo da fè ſola invogliato un pittore a fermarſi e farne uno ſchizzo. - Il contraſto di cui parlammo ora era quì aſſai paleſe, giacchè tutt'all'intorno girava una cornice di pietra rozzamente ma riccamente intagliata, i cui arabeſchi mozzi quà e là erano di tanto in tanto coperti da un pugno di verde, muſchio o erba, che vi aveva vegetato Dio ſa come, e lo ſtipite ſi vedeva eſſer ſtato ricco aſſai mentre i vetri della fineſtra erano color di piombo, e malamente incaſſati in una cattiva intelaiatura di legno dipinto in verde chiaro. Al di ſotto intradevaſi come un avanzo di ſcudo ſul quale uno ſtemma doveva eſſere ſtato inciſo altre volte, ma la parte di eſſo che ſembrava meno obliterata era a metà coperta da un panno bianco poſto ſul parapetto ad aſciugare al ſole. Sopra un'aſſicella al di fuori un groſſo vaſo panciuto in terraglia comune gialla a diſegni turchini conteneva dei garofani in piena fioritura che toccavano un punto vivace ſul fondo grigio della caſa ed animavano, ſe così è lecito dire, la fineſtra, del reſto affatto deſerta in quel momento.
La ſtanza abitata da Giorgio era piccola, ma pulita ed allegra, ed egli con le ſue abitudini di eleganza, l'aveva già aggiuſtata in modo da renderla molto ſimpatica. I vaſi e le ſcatolette a coperchio d'argento di un néceſſaire ordinati ſu di una tavola coperta di bianco, contraſtavano con la ſemplicità delle pareti nude, dei mobili in legno comune e delle ſedie di paglia. Da mille indizi indeſcrivibili ſi capiva però che quella ſtanza era ſtata ſcelta da Giorgio per farvi una dimora di qualche tempo - il che ne fece dire che ſentiſſe già il biſogno della quiete.
Appena giunto a Madrid era ſceſo ad uno dei grandi alberghi. In qual modo dunque, poco più di un meſe dopo lo troviamo nella viuzza in queſtione? – La ſpiegazione ſarà certo già preſentita dalla lettrice ed eſſa non ſarà troppo ſtupita ſe le diciamo che proprio in uno dei momenti in cui il duca volgeva più attento lo ſguardo verſo la fineſtra che era in faccia, queſta ſi aprì ed una figura di donna vi apparve che ſicuramente avrebbe fatto molto piacere anche a quel pittore che abbiamo ſuppoſto arreſtato nella via a ſchizzare le linee sbiadite di quelli ornati ridotti quaſi a veſtigia.
Era il ſuo il vero tipo ſpagnolo, non preciſamente quello che fuori di Spagna ſi reputa tale, e che è piuttoſto il tipo arabo o moreſco. L'irregolarità belliſſima dei ſuoi tratti non era quella che c'imaginiamo quando parliamo delle manolas, avendo un carattere di grazia un po' manierata ed indeſcrivibile che ne ſarebbe forſe ſembrata piuttoſto franceſe e la ſua pelle era bianchiſſima. La bocca piccoliſſima e porporina, li occhi allungati, eſpreſſivi, un po' infantili nello ſguardo, il collo robuſto e ſnello ad un tempo, le mani lunghe, ſtrette, un po' magre, l'ovale del volto grazioſiſſimo; ed una eſpreſſione derivante dal ſorriſo della bocca e più ancora da quello delli occhi, dall'arco delle ſopraciglia, dalla linea del naſo e del mento che ſolo il pennello potrebbe forſe tradurre, rendevano la ſua bellezza molto originale. I capelli neri, attortigliati in maſſa ſulla nuca, erano tenuti da un alto pettine di tartaruga tutto traforato, di ſtrano diſegno, come in tutte le famiglie ſpagnole ſi tramandano di madre in figlia.
Il ſuo veſtito non aveva nulla di ſpeciale, poichè il coſtume nazionale va perdendoſi a poco a poco anche nelle claſſi meno alte, ma la ſua veſte bruna e caſalinga diſegnava delle forme che molte ducheſſe avrebbero invidiato.
Ella ſi affacciò alla fineſtra tenendo nella deſtra una caraffa piena d'aqua, che verſò tutta ſui fiori, quaſi già avvizziti dal ſole; ed eſſi ſi rianimarono d'un tratto ſotto quella benefica pioggia di cui avevano gran biſogno. Per amore della verità, dobbiamo però conſtatare che nel far ciò, gettò sbadatamente uno ſguardo alla fineſtra oppoſta e vedendola ben chiuſa depoſe la caraffa, e ſi appoggiò al parapetto, guardando ora i ſuoi fiori che ſembravano ringraziarla allargando le corolle, ora i rari paſſanti nella via. In uno di queſti momenti, Giorgio aperſe a ſua volta lentamente la fineſtra e ſi affacciò, oſſervando fiſſamente il bel quadretto che aveva davanti. – Ma queſta manovra non gli riuſcì troppo, chè appena la bella fanciulla follevando ancora li occhi, ſe ne accorſe, ſenza affettazione ma abbaſtanza preſtamente ſi tirò indietro, e come ſi accorgeſſe allora dei raggi cocenti del ſole che le battevano ſulla fronte, abbaſſò la tenda di paglia groſſolanamente di pinta a fiori e foglie - calando così, per lo ſpettatore di faccia, il ſipario prima che la ſcena foſſe incominciata.
Come avrebbero riſo ſgangheratamente i ſuoi amici ſe aveſſero veduto Weſtford nell'eſercizio di quella manovra da collegiale ! E ſiamo certi che anche il lettore ne taccierà d'inveriſimiglianza e non ſaprà capire come quel giovane che aveva tanto e così ſvariatamente viſſuto poteſſe giungere ad alloggiarſi in faccia ad una bella fanciulla qualunque con lo ſcopo ſempliciſſimo di farle comodamente li occhietti. Ma ſiamo obligati a dire che i ſuoi amici (e queſto non ſtupirà certo) non lo conoſcevano punto ſe ridevano per una tal coſa; e che noi, con noſtro grande rincreſcimento, non abbiamo ſaputo in tal caſo delineare come volevamo il carattere piuttoſto eccezionale del duca. Infatti, uno dei diſtintivi principali di eſſo era di ſeguire ſpeſſiſſimo la ſua prima impreſſione. Inoltre, non biſogna dimenticare ch'egli poteva eſſere divertito oramai ſolo dalle coſe che non aveva fatto prima e che la ſemplicità doveva riſucirgli più nuova della raffinatezza.
Dopo qualche giorno di dimora a Madrid, il primo entuſiaſmo di trovarſi davvero indipendente, il piacere della ſolitudine nella folla e dell'incognito diminuirono e dovette confeſſare a ſè medeſimo che il progetto che gli era ſembrato così divertente non lo era troppo, poſto in eſecuzione, e che perfino queſto tentativo di viver meglio non riuſciva. Gli venne una terribile paura; che Tibaldo ed il ſuo calzolaio aveſſero ragione e ch'egli foſſe proprio blaſé. Riuſcì a ſcuoterla però; ma malgrado queſto, quando ebbe viſitato tutti i monumenti, penetrato in tutte le chieſe, ammirati tutti i quadri, dai paradiſiaci Murillo fino ai Goya ed aiRibeira tenebroſi e miſtici, paſſeggiato e ripaſſeggiato al Prado guardando le ſenoras avvolte nel velo e moſtrando le belle manine agitando il ventaglio irrequieto, fumato delle cigarettes di tutte le qualità di tabacco, bevute tutte le bevande e guſtati tutti i ſorbetti nazionali, capì che non ſapeva bene coſa farebbe della propria perſona all'indomani. Si fece fare un nuovo coſtume completo da un ſarto indigeno, fece ampia conoſcenza con la cucina ſpagnola, guſtò tutte le qualità di vino poſſibili, tentò di far la corte ad una ſignora che ſtava nel ſuo albergo, ma tralaſciò per paura di riuſcire, – e finalmente dovette ammettere che ſi annoiava.
Un combattimento di tori (che la lettrice non chiuda il libro troppo precipitoſamente! non lo deſcriveremo) che lo divertì per la novità e l'eccitamento dello ſpettacolo, e qualche conoſcenza che fece, per caſo, al caffè come ſi uſa nei paeſi meridionali, lo aiutarono a ſopportare la noia incipiente che lo invadeva, ma non baſtarono a diſtrarlo.
L'unica coſa che lo divertiva era il far delle lunghe chiacchiere e diſcuſſioni con i ſuoi nuovi amici, di cui quaſi ignorava il nome; buoni ragazzi, fra i quali alcuni attori che lo trattavano con tutta famigliarità e quaſi con un poco di protezione che lo faceva ridere internamente.
Laſciando Parigi, egli era fermamente perſuaſo che le attrattive di un paeſe nuovo e della vita diverſa avrebbero baſtato e l'idea di miſchiarſi in avventure era lontaniſſima dalla ſua imaginazione. L'elemento femminile non entrava nel ſuo progetto. Ma ſi accorſe ben preſto che uno dei mezzi che cominciava, quaſi involontariamente, ad adoperare per cacciare quelle prime nebbie di noia che minacciavano di avvolgerlo, era di fare delli ſtudi artiſtici molto ſeguiti ſu tutte le donne che paſſavano e che potevano forſe eſſer belle. Non gli diſpiaceva punto lo ſguardo di fuoco che le donne ſpagnole gettano con molta rapidità ſu tutti indifferentemente. – Ma le bellezze che vedeva erano molto al diſotto dell'ideale che ſe ne era formato. Singolare preteſa che ſi ha infatti talvolta di volere che in un dato paeſe tutte le donne ſiano belle!
Malgrado tutto ciò, non ſi divertiva; ſenza che però ſi pentiſſe in alcun modo del ſuo viaggio, poichè perfino la noia era diverſa dalla ſolita.
Pure capì che una qualche diſtrazione ci voleva. Un giorno vide paſſare la fanciulla che preſentammo al lettore in principio del capitolo e la trovò più bella di quante aveſſe incontrate fino allora. Aveva quella ſimpatica camminatura viva e cadenzata particolare alle ſpagnole, ed il ſuo piedino, calzato a perfezione da una ſcarpina che ne copriva ſolo la punta, era elegante di forma e pareva nel camminare raccontaſſe molte coſe. L'accompagnava una donna vecchia, che un poco le raſſomigliava. Sicuro che neſſuno dei ſuoi amici lo vedeva, la ſeguì e la vide entrare nella caſa che abbiamo deſcritto. Un cartello ſulla caſa in faccia annunziava che al ſecondo piano ſi appigionava, egli entrò, e preſe le due ſtanze verſo ſtrada, proprio in faccia alla dimora della incognita. Dava per preteſto a ſè ſteſſo, che era ſtanco di ſtare all'albergo e che così eſeguiva meglio il ſuo piano.
L'indolenza del ſuo carattere, e per dire il vero, la quaſi indifferenza che, malgrado tentaſſe combinare un romanzetto, egli ſentiva per la fanciulla, impedirono che egli diventaſſe molto intraprendente, e ſiamo coſtretti, chiedendone ſcuſa alla lettrice, di confeſſare che dopo qualche giorno non ſi curò molto dello ſcopo che lo aveva condotto nella ſua nuova dimora e non ſi metteva che molto di raro al ſuo poſto di oſſervazione alla fineſtra, dove lo abbiamo ſorpreſo. Pure, quelle volte che vi era ſtato lungamente ed aveva attentamente oſſervato col ſuo occhio ſcrutatore, l'aveva trovata molto bella, e di una bellezza che artiſticamente gli rivelava un orizonte nuovo e modificava un poco il ſuo guſto. Egli infatti, come abbiam veduto, era prima di tutto (chi gli darebbe torto?) ammiratore della bellezza pura, ſculturale, greca. La Venere di Milo era la prima ſulla liſta - dopo, le altre. In mancanza di quella bellezza aſſoluta e completa di forma e di linea, amava l'eſpreſſione, l'anima, il carattere impreſſo ſulla fiſionomia, ed acconſentiva a paſſar ſopra a molte imperfezioni purchè li occhi foſſero eloquenti, i lineamenti eſpreſſivi, la fiſionomia originale, il ſorriſo caratteriſtico, purchè inſomma ogni linea raccontaſſe la ſua ſtoria. Nella bellezza della fanciulla che ora aveva il progetto di corteggiare non vi era nè la bellezza altiſſima che Fidia e Praſſitele reſero immortale, nè quella bellezza che Tibaldo aveva chiamato moderna nel parlare di LadyIſabella.
La era ſemplicemente la bellezza della grazia, della freſchezza, del capricio. Il ſuo occhio non era profondo e non rivelava molto, la ſua eſpreſſione era allegra, vivace e nulla più, le ſue forme e le ſue linee erano belle, ma non perfette. Il ſuo viſo inoltre non raccontava una di quelle ſtorie che ne invogliano a ſtudiare l'anima della perſona che lo poſſiede. In compenſo però ſembrava aſpettare qualcuno che gli narraſſe la propria.
Giorgio intanto ſi abituava alla ſua vita nuova e tornava ad eſſere aſſai contento di aver poſto la ſua idea in fatto. I ſuoi nuovi amici, che quaſi non conoſceva, lo divertivano molto. Fece con loro qualche gita nei dintorni. I giorni ſi ſuccedevano; ed egli che, malgrado tutto, era uomo di abitudine, cominciava a dire: «Chi ſa quando cambierò ? »
Penetriamo nella caſa in faccia. Penſate all'impreſſione di Fauſt che per la prima volta entra nella ſtanza di Margherita; invece della ſemplicità tedeſca imaginate il pittoreſco ſpagnolo, invece dell'arcolaio un lavoro inlana a colori vivaciſſimi e una ghitarra; invece del letticiolo bianco, dei mobili lucenti e dello ſpecchietto accuratamente ripulito della eroina di Goethe, un alcova ſemichiuſa da una tenda di lana bruna e roſſa, nell'ombra della quale ſi travede una palma, una Madonna ed una candela benedetta; dei mobili rozzi, di ſtile barocco, un po' rotti quà e là ed uno ſpecchio a cornice inargentata, annerito dal tempo e ſolo di tanto in tanto come riſchiarato dalla grazioſa imagine che vi ſi riflette - ed avrete un'idea dell'effetto che produceva la ſtanza di Paquita a chi ſi ſoffermaſſe ſull'uſcio per la prima volta.
Per completare il quadro potete imaginarvela vicina alla fineſtra, curva ſul lavoro incominciato ; ma non vi ſtava con troppa coſtanza, poichè la ſua natura viva, irrequieta, leggera le faceva cambiare di poſto ſpeſſo e girar quà e là con quel paſſo ſaltellante che le era particolare. Ella era padrona in caſa. Sua nonna, con la quale viveva, aveva ſempre fatto ogni ſua volontà. Beninteſo che in contracambio la Paquita era da tutti i conoſcenti giudicata un modello di ragazza. Eſſi erano quaſi ricchi per la loro condizione, ſebbene in realtà quaſi poveri; ma con le Economie della nonna, una piccola penſione ed il lavoro della fanciulla ſe la paſſavano bene e ſpeſſo andavano al circo o ſi ſedevano a tavola con qualche amico dinnanzi a delle matillas preparate dalle bianche mani di Paquita. Un giorno vi ſi aſſiſe anche il duca di Westford, ſenza, è d'uopo il dirlo? che le due donne ſapeſſero quale illuſtre invitato eſſe avevano.....
L'acceſſo nella caſa di Paquita non era certo facile; come aveva dunque fatto egli, con la ſua indolenza per di più, a penetrarvi? - Ne duole più che mai, ma ſiamo coſtretti a dire che non fu nè gettandoſi in mezzo alle fiamme per ſalvare le due donne, nè fermando col pugno un cavallo che correva a ſchiacciarle, nè ſaltando in un canale, e nemmeno riportando loro una croce d'oro ſmarrita o un fazzoletto caduto dalla fineſtra. Ahimè! nulla di tutto ciò.
Un giorno egli paſſeggiava ſolitario al Buen Ritiro, aſſorto preſſo a poco in queſto ſoliloquio: « Sono feliciſſimo di eſſer lontano e libero, queſta vita mi aggrada moltiſſimo, ma la è monotona e non come me l'aſpettavo. Biſognerà che io ſcuota la mia inerzia, che parta, che vada a vedere l'Alhambra e a ſtudiare la poeſia delle altre città, che devono avere un impronta molto più marche la capitale, che ſalga ſulle montagne altiſſime donde ſi devono godere delli effetti di cui non ci poſſiamo fare un'idea, e dove forſe, chi ſa? incontrerò perfino i briganti! »... Si vede che il penſiero di Paquita non lo tormentava poi troppo. D'improvviſo egli fu interrotto da un giovane che aveva conoſciuto a caſo, il quale venne a battergli amichevolmente la ſpalla con la mano e ſi unì a lui nel paſſeggio. Giorgio aveva una certa ſimpatia per queſto povero diavolo, che viveva Dio ſa come, non trovando lavoro di ſorta, benchè ne avrebbe accettato uno qualunque - Il nuovo arrivato chieſe a Giorgio coſa avrebbe fatto quella ſera. – « Davvero, non,lo ſo, » riſpoſe il duca. – « Allora verrete con me. – « Dove ? – « Dove vorrete. - Ma prima, e per deciderci, vi condurrò a pranzo da mia zia, la tavola non è ſontuoſa, ma mia zia è la miglior donna della terra e Paquita una delle più belle fanciulle di Madrid. Sarete ricevuto come me. È molto tempo che non ci vado, vedrete che feſta ne faranno. »
Giorgio, felice all'idea di vedere un interno ſpagnolo e non volendo rifiutare un invito così cordiale, s'incamminò con l'amico ed a ſua grande ſorpreſa ſi trovò in faccia a caſa ſua. – « Io abito in quella caſa, o diſſe al compagno. – « Allora avrete certo veduto Paquita. Quella è la ſineſtra della ſua ſtanza, o riſpoſe l'altro accennando alla fineſtra ornata di fiori.
Giorgio ſeppe a ſtento rattenere un ſenſo di grata ſorrovandoſi un quarto d'ora dopo come uno di caſa ſeduto a tavola tra la vecchia e Paquita, penſò quanto foſſe vero qualche volta che la fortuna ne ſorprende addormentati. Penſò che ſe invece di accontentarſi di gettare di tanto in tanto uno ſguardo dalla ſua fineſtra a quella della fanciulla egli aveſſe tentato di penetrare nella caſa in qualche modo o di attaccar diſcorſo, forſe ſarebbe ſtato mal ricevuto e poco aſcoltato, mentre invece ſi trovava d'un tratto in caſa in un modo famigliare cui non ſarebbe giunto certo che dopo molto tempo. Quello che vide però, aiutato dal ſuo fino ſpirito di oſſervazione, non gli fece certo nutrire ſperanza di « toccare il cuore » di Paquita; ſubito ſi capiva che non era una conquiſta facile e che chiunque non ſi foſſe preſentato pour le bon motif ſarebbe ſtato molto mal ricevuto. Quando era entrato nella ſtanza, appena Paquita lo vide, ſi era fatta roſſa fino nel bianco delli occhi, il che aveva moſtrato chiaramente al duca ch'egli era ſtato riconoſciuto; e quando l'amico lo aveva preſentato, il ſaluto della fanciulla era ſtato freddo ed imbarazzato, e tale che lo ſi poteva interpretare in vari modi.
Egli provava davanti a Paquita una ſenſazione che non ſi ricordava di aver provato e ſi accorſe, quando ebbe udito la ſua voce, che eſercitava un faſcino che non poſſedeva neſſuna delle cento donne da lui conoſciute fino allora.
Si pranzava in una piccola ſtanza adiacente a quella di Paquita da una parte ed alla cucina dall'altra – che ſebbene ſempliciſſima, era pulita aſſai e ornata di fiori e di un grande armadio in legno dipinto, bizarramente intagliato. - A deſtra di queſto era un quadretto, rappreſentante due guerrieri a cavallo ſu di una ſtrada in riva al mare, che forſe aveva qualche valore; ed a ſiniſtra un altro quadro di quaſi eguale dimenſione, coperto da una tendine roſſa, che eccitava un poco la curioſità di Giorgio.
Egli non poteva diſtaccare li ſguardi da Paquita ed eſſa ſebbene tentaſſe ſembrare diſtratta, lo guardava pur molto a ſua volta e quando li occhi loro s'incontravano, le belle guance di lei ſi coprivano di nuovo di un leggero roſſore che non era prodotto ſolo dalla timidità naturale.
Ben inteſo che Weſtford era ſtato preſentato ſotto al ſuo nome falſo ed era creduto un pittore, piuttoſto povero che ricco, venuto per ſtudiare la pittura ſpagnola. Nulla nel ſuo veſtire o nei ſuoi modi poteva far dubitare del contrario, tanto egli aveva ſaputo, da perfetto attore, aſſumere l'aſpetto della perſona che voleva rappreſentare, ma la ſua bellezza e la ſua diſtinzione non erano perdute per ciò, e Paquita confeſſava a ſè medeſima che era difficile trovare un giovane più compito dell'amico di ſuo cugino. Biſognerà però ammettere che li ſguardi aſſaſſini e la ſapiente corteſia di Giorgio avevano certo molto influenzato un tale giudizio.
Il pranzo, affatto ſpagnolo e molto modeſto fu animato ed allegro aſſai, e Giorgio penſava quanto ſi poteſſe eſſer felice con poco. La vecchia era una buona donna un po' groſſolana ne' ſuoi modi, ma ſebbene rideſſe ſpeſſo fragoroſamente, aveva impreſſo ſul ſuo volto quell'ombra di meſtizia che laſcia il dolore da lungo tempo traſcorſo. Ben chè non foſſe molto fina, la converſazione era però allegra, divertente e un po' chiaſſoſa. Giorgio piacque molto alla nonna. Egli ſapeva beniſſimo raccontare e ſi capirà facilmente che di annedoti di ogni ſpecie ne conoſceva in gran copia. Vi era nel ſuo diſcorſo qualcoſa di così ſvariato ed originale che in chiunque lo aſcoltaſſe per la prima volta attirava ſtraordinariamente l'attenzione. Il ſole era già tramontato ed eſſi ſi trovavano ancora a tavola, non trattenuti dalla varietà dei cibi o dei vini, ma dalle riſa e dall'intereſſe che le ſtorielle di Giorgioſuſcitavano. Il ſuo cattivo accento ſpagnolo anzichè diminuirla, aumentava la vis comica; e con quel tatto finiſſimo che lo diſtingueva al ſommo grado aveva ſubito ſaputo ſtabilire la confidenza fra ſè ed i ſuoi nuovi amici e metterſi nel modo più adatto ad eſſer ſimpatico al mezzo in cui ſi trovava.
Il roſſore ch'era montato alle guance di Paquita appena vedutolo entrare e che gli aveva provato ch'era ſtato ſubito riconoſciuto, era ſtato ſeguito dopo da un pallore proveniente forſe da una emozione nuova che non aveva più abbandonato le guance della bella fanciulla; mentre, al tempo ſteſſo v'era qualcoſa di non naturale nel ſuo modo e non ſembrava partecipare francamente dell'allegria comune (ella tanto allegra di ſolito) come accade quando un penſiero ne preoccupa fortemente.
Fu propoſto di uſcire a prendere il freſco della ſera. L'aria era ſoavemente profumata, il caldo un po' meno ecceſſivo, le vie piene di gente. Paquita che ſi era, a tavola, occupato un po' troppo di Paquita, cominciò ad intratenere la vecchia, mentre la fanciulla camminava dinnanzi a loro, converſando col cugino. – « La mia Paquita è una perla, ſignore, o diceva la vecchia. «È la mia conſolazione; dopo tanti guai e tanti diſpiaceri, Dio mel perdoni! al paſſato non ci penſo quaſi più tanta è la gioia che ſento nel cuore quando l'aſcolto ridere nella ſtanza vicina. Voglia il cielo ch'ela poſſa eſſer felice ! – « E come può eſſere altrimenti? – « Ah, fignore, io ſono vecchia, ſapete, e ſe non la marito prima di andarmene, la poveretta reſterà ſola al mondo, ſenza appoggio, ſenza conſiglio, ſenza mezzi..... Or qui ſta appunto la difficoltà. – « Come? bella com'è voſtra nipote non trova pretendenti? – « Non ne trova ? Dieci, cento alla volta, ſe li voleſſe. Ma ella rifiuta tutti! - E ſenza andar lontano, il voſtro amico, ſuo cugino, un bravo giovane; non troppo fortunato, ma eccellente, la ſpoſerebbe ſtaſera; ma per quanto io l'abbia pregata, conſigliata, volete credere che ella rifiutò ſempre? »
Quando tornarono verſo caſa era notte inoltrata. Camminavano come prima, adagio adagio, due a due. Ma i poſti erano cambiati; il cugino e la vecchia erano di dietro, il duca e Paquita davanti. Nè l'uno nè l'altra forſe avevano avuto l'intenzione (Paquita no certamente) di metterſi vicini, ma vi ſi trovavano. Il povero diavolo fi lamentava ad alta voce con la nonna dell'oſtinato rifiuto di Paquita ed aggiungeva che non era mai ſtata così poco corteſe con lui quanto quella ſera. La vecchia lo eſortava ad aver pazienza, al ſolito, ed a laſciar agire il tempo. - E i due davanti di coſa parlavano? Non lo ſapremmo dire con eſattezza poichè le poche parole che proferivano, erano pronunziate a baſſa voce come foſſero in chieſa.
« Coſa diavolo diventa quel moſtro di quel Giorgio ? » penſava Tibaldo. « Egli ha fatto il contrario di ciò che io aveva predetto. Come credere infatti, abituato come era, che non ſi aveſſe ad annoiare? Ma con quel ragazzo lì non ſi è mai ſicuri di nulla. Partito ſenza nemmeno dirmi dove andava, ſono paſſati due meſi ſenza che io ſapeſſi ſe egli foſſe vivo o morto, buddiſta o maomettano, re di un'iſola deſerta o fotografo. Finalmente ſi è degnato ſcrivermi una pagina da Madrid, poi mezza pagina ancora da Madrid, poi cinque righe, poi una, poi niente, e ſempre da Madrid! Poi, ſilenzio continuato. Non par vero, ma ſono ſette meſi che è partito e da tre non ſo più nulla e torno a cadere nella inquietudine di prima. Che ſi ſia fatto frate in qualche convento ſpagnolo?
Così ſoliloquizzava l'amico Tibaldo. E non aveva torto. Egli aveva creduto fermamente che la prova-di Weſtford ſarebbe fallita e ſi aſpettava di vederlo tornare dopo un paio di meſi. Sette invece ne erano paſſati e non ſolamente Giorgio non tornava, non ſcriveva nemmeno più. Ciò provava chiaramente a Tibaldo che il ſuo amico ſi divertiva; ſe ſi foſſe annoiato avrebbe ſcritto. E non impediva del reſto che ſe qualcuno gli domandaſſe nuove del duca, Tibaldo prendeſſe un'aria d'importanza e deſſe delle riſpoſte ſibilline e oracolari, poco ſodisfacenti, ma di uno che ſa tutto e non vuol dir nulla. Intanto egli ſteſſo ſi perdeva in vane congetture.
Egli penſò che Giorgio giraſſe le montagne in cerca di emozioni, che aveſſe organizzato qualche caccia di nuovo genere, che ſi foſſe dato alli ſtudi ſcientifici, che faceſſe delle indagini ſtoriche ſulla Inquiſizione, che ſteſſe formando una collezione di diſegni di Goya, che imparaſſe la nobile profeſſione del torero, che ſteſſe tutto il giorno con le caſtanette fra le dita, perfino che ſi foſſe implicato in qualche agitazione rivoluzionaria. - Ma quale di queſte ipoteſi era la vera ? - Neſſuna, come fa il lettore. L'idea ſtravagante, ridicola, inammiſſibile ch'egli foſſe inamorato gli paſſò, per dire il vero, nel capo come un lampo, ma altretanto rapidamente ſparì.
In queſto non poſſiamo a meno di dichiarare, che Tibaldo era pienamente giuſtificato. Com'era poſſibile in fatti, che un giovane, il quale appena fuori dell'infanzia era ſtato affatto indipendente, che aveva amato ed era uſcito incolume dalla battaglia, che in queſto doveva, per quanto lo negaſſe nelle altre coſe, eſſere un poco blaſé, ſi aveſſe ad inamorare come un eroe da romanzo ? - Difficile com'era poi e per le doti dello ſpirito e per la bellezza fiſica - per queſta ſpecialmente! Egli ch'era viſſuto, per così dire, nell'intimità dei capolavori dell'arte, egli troppo amante delle ſtatue greche e dei quadri antichi per poter giudicare belle le ſignore alla moda, egli che oltre di eſſere ſtato aſſai fortunato in amore, aveva in caſa fa tutto un harem di donne dipinte - la miglior medicina contro l'amore per chi ha occhio d'artiſta, egli avrebbe dovuto per inamorarſi trovare una donna bella più di tutte le donne conoſciute in carne ed oſſa, in marmo e in tela, appaſſionata come la Saffo, affaſcinante e còlta come Aſpaſia. Era queſto poſſibile?
Ah, Tibaldo, chi lo direbbe, chi lo avrebbe detto, chi lo crederà ? Paquita è baſtata. – Ella non ha nè la maeſtà di Cleopatra, nè la bellezza di Frine, nè faſcino di ſpirito, nè ſapienza di alcuna ſorta, nè ricche veſti o collane di perle, nè profilo claſſico, nè portamento da regina – non ha che uno ſguardo di fuoco, un ſorriſo tutto ſuo, ſolamente fuo, ed un cuore nuovo. Le ſue perle non le moſtra che quando ride, non ſtende il ſuo manto che quando ſi ſcioglie i capelli. - Eppure.....! O fralezza umana!
Malgrado la ſua riputazione, Weſtford non era un don Giovanni. Piaceva affai e ſapeva piacere, ma non era nè attento, nè ſvelto, nè freddo abbaſtanza. Nella vita ordinaria era di una indolenza ſenza pari e di una ſtrana indifferenza; dimenticava un appuntamento come un altro avrebbe dimenticato un debito. L'amore non lo colpiva che molto difficilmente ; la bellezza non ſembrava mai bella ai ſuoi occhi guaſtati. Ma curioſa contradizione, egli ſentiva molto; dimodochè ſe un capricio lo afferrava, abbaſtanza forte per farlo uſcire dalla ſua indifferenza, ſubito, oltre l'imaginazione, il cuore vi entrava un tantino, e tutti ſanno che il cuore è un elemento contrario al ſucceſſo.
Provava per Paquita una paſſione capricioſa, ma forte e non mai provata. Se Mefiſtofele gli foſſe ſtato vicino gli avrebbe detto come Fauſt: « Vedi quella fanciulla? io la voglio ». La bramava intenſamente, pazzamente, con una forza di cui egli ſteſſo non ſi credeva capace. - Intanto viveva una vita nuova, più non ſi curava delle altre coſe, non aveva ancor veduto l'Alhambra, non penſava più a correr pei monti in cerca di avventure, non aveva più curioſità per le opere d'arte, abbandonava i ſuoi amici di un giorno, tranne il cugino, non guardava più le belle ſignore ai balconi dei palazzi, non andava più al Prado. Ma tutti i giorni, o quaſi, trovava modo di vedere Paquita, nella cui caſa era altretanto bene ricevuto dalla nonna quanto dalla nipote.
Non vi era biſogno di dire che Paquita era virtuoſa; baſtava guardarla. Sebbene Weſtord foſſe creduto un pittore, pure era in poſizione ſociale già un po' troppo al di ſopra della loro, perchè la vecchia credeſſe ch'egli poteſſe ſpoſare la fanciulla. Una tale idea non l'era mai paſſata per la teſta, e lo vedeva volentieri ſovente perchè non penſava che vi foſſe alcun pericolo e anzi credeva che con la ſua influenza poteſſe far decidere il cugino, e perchè era tanto buono, corteſe e ſimpatico.
E Paquita? Ella l'amava. L'amava come ſi ama a diciotto anni, a Madrid. Finalmente aveva trovato quello pel quale aveva rifiutato tutti li altri, compreſo il cugino, addolorando la nonna. Ella amava la diſtinzione, e queſta non l'aveva trovata che nel pittore Giorgio. Beninteſo che non ſi faceva illuſione e che reſiſteva alla paſſione da cui era invaſa, ſapendo beniſſimo che un bel giorno egli farebbe partito. Pure l'amava.
Giorgio non ne dubitava, ſe n'era preſtiſſimo accorto. Ma come abbiamo detto, non era ſempre un don Giovanii, e malgrado ciò egli veniva da ſei meſi in caſa della fanciulla, e non era molto avanzato. Quel tempo gli era paſ- ſato con una velocità ſorprendente; quei ſei meſi gli erano ſembrati ſei ſettimane. Non aveva un'idea ben preciſa di quando era cominciato quel tempo, non ſapeva del tutto quando ſarebbe finito. La ſua vita era chiara e limpida come il cielo che aveva ſul capo, ma un forte deſiderio lo rodeva.
A Paquita egli ſembrava la realizzazione di un ideale lungamente atteſo. Nei primi ſogni dei quindici anni ella aveva traviſto una figura che non aveva riſcontrato che il giorno in cui Giorgio ſi era affacciato alla ſua porta. Ella era nata con un ſentimento di eleganza e di diſtinzione tale che neſſuno dei rozzi pretendenti che le ſi erano pre ſentati avevano potuto piacerle. All'iſteſo tempo ella non gettava mai uno ſguardo alli eleganti veſtiti alla parigina, che incontrava al paſſeggio della domenica, perchè la nonna, ſapendo da che parte ſteſſero i pericoli, li aveva tutti moſtrati ſotto l'aſpetto di canaglia ben veſtita e di ſeduttori infami. In Giorgio trovava ciò che in quelli che la corteggiavano mancava, ſenza che foſſe nella categoria proibita. Allo ſteſſo tempo però non ſi faceva alcuna illuſione e cercava di ſoffocare la paſſione naſcente.
Vi era in lei molta di quella fierezza ſpagnola che in quel paeſe ſi riſcontra talvolta anche nelle claſſi meno elevate. Senza avere alcuna delle vane affettazioni di convenienza tanto comuni in queſto ſecolo ſtranamente morale, vi era in lei la purezza della donna ſicura di ſè. Non le ſembrava poſſibile di poter eſſere mai di altri che dell'uomo che l'avrebbe amata profondamente e che le avrebbe dato tutto quello che poſſedeva. Ella rideva volontieri di tutto, non ſi ſcandalizzava facilmente, non teneva li occhi baſſi, non portava il velo ſul viſo, non ſi turava ad ogni momento le orecchie, non arroſſiva tutti i cinque minuti; ma per lei diventare la favorita di un re era abbaſſarſi quanto per una figlia di re ſpoſare un poeta.
Weſtford capì ſubito dunque che il partito cui ſi ſarebbe appigliato un Lovelace qualunque, di ſvelarle il ſuo vero nome, darle un torrente di diamanti e deporre ai ſuoi piedi un palazzo con un quarto della propria fortuna, era preciſamente il peggiore di tutti. Per quanto ciò gli ripugnaſſe un poco, era neceſſario continuare a fingere e tentare di aumentare ſempre più l'amore che aveva già inſpirato, ſembrandogli e giuſtamente, che ſe foſſe poſſibile vincere, la vittoria non gli poteva eſſere accordata che dal piccolo Dio dalli occhi bendati i cui ſtrali qualche volta rendono le ſue vittime cieche quanto lui. Quando conſiderava pacatamente la ſua condotta e capiva a coſa veniva ſpinto, qualcoſa ſi rivoltava in lui contro il ſuo progetto, il rimorſo lo aſſaliva e prendeva i più fermi proponimenti di laſciare ogni coſa, di partire all'indomani, di eſſere forte e generoſo. Ma quando la vedeva, reſtava. Cercava di perſuaderſi che queſto amore in fine non era che un capricio e nulla più, che ſe aveſſe avuto il coraggio di troncare e partire dopo un meſe non ſe ne ſarebbe forſe più ricordato ed ora ſi ſentiva il biſogno di tornare alla ſua vita ſolita come prima ſi era ſentito quello di cambiarla, aveva le ſteſſe aſpirazioni verſo le noie parigine che prima aveva avuto verſo la libertà dell'incognito, e cominciava davvero a pentirſi di aver poſto il ſuo piano in eſecuzione. Ma come prevedere una così ſtrana coſa, ch'egli ſi aveſſe ad inamorare? Stupiva ſè ſteſſo quanto avrebbe ſtupito Tibaldo. Talvolta ne rideva. Intanto continuava a decidere tutte le mattine di partire, ma ſe vedeva Paquita nella giornata, decideva di reſtare.
Ed ogni giorno s'inamorava di più perchè ogni giorno capiva più chiaramente di eſſere amato. Ella tentava di fingere ancora, ma diſſimulava con la ſublime diſadattaggine della paſſione, e quando la ſua bocca taceva o negava, lo ſguardo, il geſto, il ſorriſo, tutto affermava; ogni coſa la tradiva, l'amore traſpariva da ogni ſuo movimento. Vi era in lei quella ſtanchezza derivante dalla lotta con la paſſione che invade, la ſua voce ſi raddolciva ſempre più, la ſua mano pareva accarezzare qualunque coſa toccaſſe, il ſuo velo ſembrava caſcarle ſul viſo in pieghe più molli.
Giorgio la vedeva ſpeſſiſſimo ; la ſua vita ſi era fatta monotona e calma; il ſuo tempo ſi divideva in due parti: quello in cui la vedeva e quello in cui non la vedeva; queſto era la tenebra, il nulla; quello era la vita. La nonna era però quaſi ſempre preſente ed eſſi non ſi erano mai confeſſato completamente il loro amore, ma in ambedue, la bocca ſola taceva. Eſſi erano avvolti da quel l'aura profumata e inebriante, ſembravano circondati da quel nimbo luminoſo con cui l'amore corona la gioventù e la bellezza nell'eſordio della paſſione, il loro ſilenzio era di una eloquenza ſtraſcinante, un fluido magnetico paſſava nei loro ſguardi, e quando ſi toccavano la mano non dubitavano più.
Qualche volta, ſpeſſo anzi, il duca penſava, quanto i ſuoi amici avrebbero riſo dei ſuoi ſcrupoli. Evocava l'ombra dei Lauzun e dei Richelieu; accuſava ſè ſteſſo di eſſere, quanto un poeta qualunque, affetto dalla malattia del ſecolo, che ſnerva, che ammolliſce, che rende tenero e indeciſo. Penſava a mille modi per ottenerla, non rifuggiva davanti a nulla, gli ſembrava ridicolo di non o ſare, penſava quanti non ſarebbero ſtati per un ſol momento nemmeno toccati dai rimorſi che lo arreſtavano. Altre volte invece, temeva, ſi accuſava, ſi diſperava, penſava di partire, giurava a ſè ſteſſo di non aver nulla da rimproverarſi, ſi ſentiva già pieno di rimorſi. Eſſi ſi amavano, ſenza quaſi eſſerſelo detto, come due fanciulli; vedendoli inſieme ſembrava impoſſibile che l'amore non li aveſſe a riunire.
Quando la nonna era nella ſtanza vicina e che eſſi ſi trovavano ſoli nella pura cameretta diPaquita, allora che il duca di Weſtford, l'uomo alla moda, l'impareggiabile, l'inimitabile, ſembrava un liceiſta, quando i loro ſguardi s'incontravano ogni volta che ſi sfuggivano, quando le mani ſi univano involontarie, quando la ſedia di Giorgio come inavvertitamente ſi avvicinava a poco a poco a quella della fanciulla, quando le labra pronunziavano una parola e l'orecchio ne udiva un'altra, quando il loro ſilenzio li tradiva ed il loro cuore palpitava, erano una di quelle imagini come ben di raro ſi preſentano tanto vaghe alla fantaſia dell'artiſta. – La modeſta cameretta ſorrideva, rallegrata dal raggio di ſole viviſſimo che penetrando dalla fineſtra, illuminava quelle due teſte che pendevano l'una verſo l'altra; i vecchi mobili, l'oſcura alcova, lo ſpecchio annerito, li angoli rimaſti nell'ombra, tutto pareva più lieto, vi era nell'aria qualcoſa di fluttuante e di miſterioſo. Era una di quelle ſcene che devono certamente fare che li angeli ſi naſcondano il viſo puriſſimo fra le ali azurre, ſorridendo però, e che i piccoli ſpiriti aſtuti, che ſtanno in agguato di tali coſe, devono ſicuramente oſſervare con attenzione, ridendo a baſſa voce di un riſo ſonoro, argentino, un po' beffardo, come eſperti abbaſtanza della fralezza umana per ſapere quanto ſiano inutili certi proponimenti. Li augeletti che cantavano dal loro nido della gronda, ſembravano irridere al loro turbamento, l'aura eſtiva ſuſurrava nelli alberi che parevano dir loro : « noi ci abbandoniamo alle ondulazioni che il vento c'imprime, perchè volete reſiſtere? »
Una domenica il duca, Paquita, la nonna, il cugino e qualche amico paſſeggiavano e prendevano il freſco in un vaſto ricinto, mezzo giardino, mezzo orto; appartenente ad un giardiniere, loro amico. Il ſole tramontava incendiando l'orizonte di una luce purpurea, il rifleſſo chiariſſimo di un caldo crepuſcolo cominciava già ad invadere una parte del cielo, i fiori laſciavano cadere languidamente le loro teſte, li alberi ſi agitavano lentamente, moſſi dall'aura veſpertina, ed alla dolce malinconia di quell'ora contraſtavano, ma non contradicevano le riſa fragoroſe delli allegri crocchi, i giochi delle fanciulle che correvano ſpenſieratamente ſull'erba del prato.
Paquita ſaltava come le altre, ma non vi era nei ſuoi movimenti la franca allegria, la ſpenſieratezza abituale, e di tanto in tanto rivolgeva il ſuo occhio bruno verſo Giorgio il quale appoggiato contro una pianta, nell'ombra, non era oſſervato e gioiva di eſſere però veduto da lei. Mille penſieri gli ſi agitavano in folla nella mente; non era mai ſtato tanto turbato, cambiava ad ogni iſtante di deciſione; voleva partire all'indomani, voleva rapirla, voleva dirle tutto, almeno chiedere il ſuo amore. Ogni partito gli ſembrava il peggiore; ſapeva ſolo che quella povera fanciulla di cui qualche meſe prima ignorava perfino l'eſiſtenza, eſercitava ora ſu di lui uno ſtrano potere. Correndo, ella gli paſſò vicino ed egli allora quaſi involontariamente pronunziò il ſuo nome. – « Paquita! » Ella ſi ſermò. – « Ah! come ſono ſtanca! » ella diſſe, « mi avete chiamata? – « Sì. – « Coſa volete ? – « Venite a fare un giro con me, ho biſogno di parlarvi. »
Come Tibaldo ſarebbe ſtato ſtupito! La ſua voce tremolava. Ella ſi fece ſeria, udendo quelle parole dette un po' ſeriamente. S'internarono in un viale; camminando adagio, ad una certa diſtanza l'uno dall'altro.Giorgio era deciſo a parlare d'amore, a dirle tutto; non poteva più tacere; i profumi della ſera lo inebriavano, la guardava fiſſamente e non poteva togliere lo ſguardo dai ſuoi bruni capelli che l'aria agitava di momento in momento, da quelle guance roſee, ombreggiate dalle lunghiſſime ciglia, da quelli occhi per la prima volta abbaſſati. Mille parole gli venivano alla bocca, ma non le pronunziava, penſò che alcuni lo credevano un ſeduttore e gli venne quaſi voglia di ridere, penſò più che mai a tutti i don Giovanni paſſati e preſenti, ai ſuoi amici di Parigi, al ſuo cameriere che lo proclamava il più bel gentiluomo della criſtianità, fece uno sforzo inaudito e diſſe : – « No davvero, o ella riſpoſe, « vi ſono abituata. » Vi fu una pauſa; camminarono ancora qualche paſſo, Giorgio ſi avvcinò a lei, quaſi appoggiandoſi. – « Torniamo indietro, o ella diſſe. Egli fece uno sforzo ſovrumano. – « Vi diſſi or ora che ho biſogno di parlarvi. » Ella ſi fermò , alzò li occhi, lo guardò e li tornò ad abbaſſare; ma quello ſguardo aveva baſtato ad inebriarlo ancora più ed a moſtrarle il turbamento che prima gli era ſvelato dalla voce ſoltanto. Si fece ſubitamente roſſa come bragia, e balbettò: – « Coſa mi volete dire ? » Ella ſi era fermata vicino ad un groſſo albero il cui tronco enorme accennava un ſecolo di vita. D'un tratto vi ſi appoggiò. - – « Mi pare che lo ſappiate » Egli diſſe queſte parole con voce baſſa e rauca; quaſi non intelligibile, poi non diſſe più nulla; ma del braccio la cinſe come per ſoſtenerla, e quaſi inconſciamente piegò il viſo ſu quello impallidito della fanciulla. Ella chiuſe a metà li occhi, e ſi ſvincolò reſpingendolo con ambe le mani; ma il bacio era ſtato reſtituito.
Ella ſi fece forza, ſi raddrizzò e tornò verſo il prato; ſi tenevano quaſi involontariamente per mano. Quando furono al limitare del viale, prima di eſſer veduti, ella lo guardò ancora. Egli ſe la ſtrinſe di nuovo fra le braccia e queſta volta ella non ſeppe reſiſtere, la ſua teſta ſi piegò ſulla ſpalla di Giorgio ma con un filo di voce tremante , pronunziò queſte parole: – « Lo direte alla nonna. » Egli la laſciò andare ed ella corſe verſo le compagne che la chiamavano ad alta voce. Giorgio rimaſe più che mai turbato; quelle ultime parole della fanciulla avevano d'improvviſo riſvegliati tutti i ſuoi rimorſi aſſopiti e li ſcrupoli che l'ebrezza del momento aveva poſto nell'oblio e fatto tacere. Paquita, come dicemmo, aveva reſiſtito all'amore perchè nulla ſperava da Giorgio, ma non avendo potuto quella ſera eſſere forte contro la paſſione che la invadeva, nel confeſſarla, aveva gettato quella parola, come una preghiera, un comando, un grido ſupremo. Con quella parola ella diceva tutto e ſi ſalvava ancora; gli diceva chiaramente ciò che aſpettava da lui e perciò rendeva più violenta la pugna tra il ſuo amore e la ſua coſcienza. Biſognava o chieder la ſua mano, o partire ; oppure andar fino in fondo alla colpa.
Quando quella ſera Giorgio andò a caſa, il ragazzotto che gli ſerviva da cameriere gli porſe una lettera di Tibaldo - la quindiceſima forſe alla quale non riſpondeva - ch'egli gettò ſul tavolo ſenza leggere. Poi ſi laſciò cadere ſopra una poltrona e penſò. In certi momenti egli era un uomo abbaſtanza poſitivo. Guardò la queſtione da tutti i lati; e capì che il partito migliore era di partire al più preſto e cercare di ſradicare quel ſentimento forſe ſolo tenace in apparenza; giacchè ſe reſtava, biſognava prometterle di ſpoſarla, e poi? Abbandonarla ? Egli rifuggiva da un tale penſiero. Mantenere la promeſſa ? E ſe non foſſe che un capricio ? Legarſi per la vita, contradire tutte le proprie idee, le proprie maſſime, la propria gioventù, pentirſi dopo, rinunziare a cento progetti, perdere la propria indipendenza, ſagrificare forſe ad una paſſione del quarto di ora la felicità di tutto l'avvenire, renderſi un po' ridicolo dinnanzi ai ſuoi amici, dar ragione ai moraliſti? Era poſſibile? Ma all'idea di partire una profonda triſtezza lo afferrava, e quaſi rimproverava ſè ſteſſo di non avere il coraggio di reſtare e veder poi. Pure la ſua deciſione fu preſa e queſta volta più ferma delle altre. Paſſò quaſi tutta la notte a fare i ſuoi preparativi e all'indomani, verſo mezzogiorno, col cuore palpitante e nell'animo un vuoto, traverſò la ſtrada per andare ad annunziare la coſa a Paquita.
Ella pure non aveva dormito. Non ſi dorme dopo una ſera come quella che aveva paſſato. Ella era amata, ella amava, lo aveva confeſſato, lo ſapeva; una vaga ſperanza, benchè incerta, l'agitava, egli ſarebbe venuto! avrebbe parlato !
Egli aperſe la porta; il diſcorſo era già preparato. – Ma ella lo ricevette come non aveva mai fatto, gli ſtefè le due mani e le tenne ſtrette lungamente fra le ſue. I ſuoi occhi sfavillavano per la gioia di non dover più fingere. Egli non ebbe più la forza di dire ciò che doveva, ogni coraggio l'abbandonò. Aſſaporava le parole di Paquita ad una ad una, beveva i ſuoi ſguardi, dimenticava tutto, ridiventava fiacco, la ſua deciſione non era più. Il caſo fece sì che la nonna - coſa rariſſima - foſſe uſcita, ma eſſi parlavano a baſſa voce come qualcuno li udiſſe ; ſi diſſero quelle mille coſe che da molto tempo penſavano e che non ſi erano dette mai; ed egli uſcì più inamorato, più indeciſo di prima; laſciando lei - poveretta ! - ormai piena di quella ſperanza cui il giorno prima non oſava ancora affidarſi.
Molto tempo paſſò ancora così; i giorni ſi ſuccedevano per ambedue con una rapidità infolita; la nonna cominciava a ſoſpettare qualche coſa, ma ſi fidava completamente di ſua nipote, benchè temeſſe che foſſero vane illuſioni e che non vi foſſe alcuna ſperanza.
Non accadeva ſovente che Paquita uſciſſe ſola, ma qualche giorno dopo la ſcena narrata andò ſenza che la nonna ſi decideſſe ad accompagnarla, a trovare una ſua amica, ſiglia di un antiquario, la cui bottega era ſituata nel quartiere elegante e perciò ad una certa diſtanza. Era una giornata caldiſſima, e quando ella giunſe fu felice di poterſi ripoſare nella corte alla quale ſi penetrava dal fondo della bottega, e dove una piccola fontana che zampillava tranquillamente nel mezzo procurava una benefica freſcura. Una porta aperta permetteva facilmente di vedere quelli che entravano nella bottega, ſenza eſſere queſta troppo in viſta. L'antiquario faceva dei buoniſſimi affari ed infatti neſſuno poſſedeva una sì ricca collezione di armi antiche, di vaſi, di mobili, neſſuno ſapeva meglio di lui vendere dei Murillo in gran copia ai foreſtieri. Le due ragazze ciarlavano già da una buona mezz'ora e Paquita ſi diſponeva a partire quando d'improvviſo cambiò colore. L'amica le domandò la cauſa di un tal turbamento. « Nulla, nulla, o ella riſpoſe, e ſi rimiſe a diſcorrere, dimenticando di partire e gettando ſpeſſo uno ſguardo nella bottega.
Giorgio era entrato e ſtava guardando attentamente alcune navaje molto curioſamente ornate. Chieſe il prezzo della più ricca, ch'era molto elevato, la pagò ſenza dire una parola e intaſcò la navaja.Paquita era quaſi iſtupidita dallo ſtupore, in che modo Giorgio ſpendeva una sì groſſa ſomma per una coſa tanto inutile? All'iſteſſo tempo, un ſoſpetto che non l'era mai venuto, la colpì rapidamente.
In quel momento una carrozza aperta ſi fermò alla porta della bottega; un ſervitore in livrea aperſe lo ſportello ed una ſignora elegantiſſima, veſtita alla moda dell'indomani di Parigi, ſceſe ed entrò. Dal ſuo cappellino ſcendeva un velo piuttoſto folto ſul viſo che laſciava però travedere una bocca belliſſima e la punta di un naſino molto ariſtocratico. – « Signora ducheſſa, , diſſe il mercante in cattivo franceſe, « le trine furono aggiuſtate com'ella deſiderava; ora avrò l'onore di moſtrarle. »
Era la ducheſſa di M., venuta a Madrid per far viſita ad alcuni ſuoi parenti. Ma ella non aſcoltava le parole del mercante; guardava fiſſamente Giorgio; il quale invece ſtava in diſparte, cercando di sfuggire all'attenzione ed aſpettando il momento favorevole per ſvignarſela ſenza eſſer veduto. Egli ſperava di non eſſer riconoſciuto e ne aveva ben d'onde. Si era laſciato creſcere la barba, era tutto veſtito di tela, con un gran cappello di paglia, abbaſſato ſopra li occhi, come dunque poteva ella riconoſcerlo, non aſpettandoſi certo a trovarlo? Ma ella ſotto preteſto di guardar bene alcuni vaſi chiuſi in una vetrina , ſi avvicinò a Giorgio, e quando lo ebbe guardato diſſe ridendo: – « Riconoſciuto, ſignor duca, malgrado quella tinta bruna e quella barba. Ah, ah ! è la Spagna che ci trattiene sì lungamente! – « Silenzio, ducheſſa, ſono quì ſotto il più grande incognito, per dei motivi..... politici, o riſpoſe Giorgio che, non potendo più ſchivare l'incontro, aveva ſubito riacquiſtata la ſua diſinvoltura.
– « Davvero ? - Se ſapeſte come ſi parla di voi a Parigi! La voſtra ſcomparſa fu un avvenimento. Tutti aſſediano quel povero Tibaldo d'interrogazioni, ma egli ſi oſtina a tacere. Probabilmente, perchè non ſa nulla nemmeno lui. Tutti dicono : chi ſa dov'è ? chi ſa coſa fa ? Vi credono in China per lo meno. Ho molto piacere di vedervi; ſtate certo che manterrò il voſtro ſegreto. – « Grazie; ve lo raccomando, ſapete con li affari politici non ſi ſcherza. E ditemi in che modo ho la fortuna d'incontrarvi ? – « Sono quì pel matrimonio di una mia cugina con un vecchietto alto come il voſtro baſtone ch'è grande di Spagnadi prima claſſe. È un'occaſione per vedere Madrid, domani ſarò preſentata a corte. Ma voi, coſa fate, caro duca? ci credo poco alla voſtra politica, ſapete? – « Avete torto, » diſſe Giorgio ſeriamente. «Si tratta di coſe molto gravi. – « Se ſapeſte come mi fate ridere quando prendete quell'aſpetto ſerio. Ma Dio mio! dimentico che il tempo vola e che mia cugina mi aſpetta per andare dal gioielliere. Addio, duca. Sono contenta di avervi incontrato. Ah! è la Spagna che vi attira ! Quì c'è ſotto un miſtero. Ma ſilenzio! ſiate ſicura di me, ſono muta come la tomba. Dovreſte però farmi le voſtre confidenze. Addio, duca. – «Silenzio! » diſſe Giorgio ridendo queſta volta, «ſono quì incognito. – « Già, già, come un coſpiratore. Non monta, venite a trovarmi. Prendete: queſto è il mio indirizzo. Addìo. Queſta volta vado davvero. »
E così dicendo la bella ducheſſa diſſe quattro parole al mercante e ſeguita a diſtanza dallo ſtraſcico del ſuo veſtito, ſalì in carrozza, fece a Giorgio un ultimo ſaluto con la mano, e partì.
Giorgio uſcì dalla bottega, un po' annoiato e un po' divertito da quell'incontro, ma ſenza nemmeno ſoſpettare la controſcena che aveva avuto luogo nel cortile. Nel mentre la ducheſſa con le ſue volubili parole, interpellava il duca ad alta voce, a Paquita ſi rivelava un ſegreto, fatale per lei, nell'alta poſizione di Giorgio e gli ſi ſvelava ogni inganno. Fu talmente turbata che quaſi ſvenne, ſenza che la ſua amica, la quale l'abbracciò inquieta e fece ogni coſa per riconfortarla, poteſſe capire la cauſa di quella ſubita indiſpoſizione.
Ma chi reſtò ancor più ſorpreſo fu Giorgio, quando tornando a caſa un paio d'ore dopo con l'intenzione di andare più tardi da Paquita, vi trovò queſto biglietto: « Signore, vi domando per grazia, vi ſupplico di tra laſciare le voſtre viſite fino a nuovo avviſo, per delle ragioni molto importanti. Non vi poſſo dire di più per ora. Vi vedrò per un'ultima volta, poichè ſento che non ne poſſo fare a meno, e perchè forſe vi devo una ſpiegazione. Ma ora non venite ſe davvero mi volete un po' di bene. « Paquita. »
Queſte righe miſero Giorgio in uno ſtato d'inquietudine e di turbamento che non è poſſibile deſcrivere. Coſa ſignificava un tale miſtero? Coſa era accaduto? Quali potevano eſſere le «ragioni molto importanti » per le quali egli doveva ceſſare le ſue viſite da Paquita? – E perchè queſta forma cerimonioſa: « Signore». Vi era in quelle poche righe qualcoſa di freddo, di naſcoſto, di duro che lo ſpaventava. E ſopratutto « vi vedrò per un'ultima volta». Dunque tutto doveva eſſer finito fra di loro!.... Sembrerà forſe ſtrano, ma al primo momento non ebbe nemmeno il ſoſpetto della verità. Come ſupporre infatti che il ſuo colloquio con la ducheſſa di M. foſſe ſtato udito? Fu quaſi tentato di andarvi malgrado la proibizione, diſubbidire per prima coſa, ma penſò poi che Paquita era una fanciulla di teſta, forte di animo e intelligente aſſai e certo non di quelle che ſi ſpaventano per nulla; ſe dunque ella diceva: « non venite ſe davvero mi volete un po' di bene », la ſua aſſenza era davvero indiſpenſabile. Quelle ultime parole ſpecialmente lo addolorarono e gli fecero un male sì intenſo, ch'egli capì di amarla ancor di più di quello che credeva: «....ſe davvero mi volete un po' di bene », dunque ella dubitava di lui, dunque la confidenza non vi era più, dunque tutto ſi doveva ricominciare! E non una parola d'amore, non un accento vero, nulla! Ella lo ſupplicava a non andare, egli doveva dunque ubbidire, ella lo avrebbe veduto – forſe fra poco - era dunque neceſſario aver pazienza ed aſpettare. Ma qual vuoto nell'anima, quanti dubii, quante congetture, quante vane ſperanze, quale tormento in quel tempo. Voleſſe il cielo che non foſſe troppo lungo! L'idea di reſtare molto tempo in quello ſtato d'impazienza febrile, di triſtiſſima indeciſione, lo atterriva; era una prova che gli ſembrava ſuperiore alle ſue forze. Egli la amava davvero, non vi era più da dubitarne oramai, non poteva più, come il giorno prima temere o ſperare che foſſe ſolo un capricio paſſeggiero, mentre invece dubitava dell'amore di lei di cui il dì innanzi era tanto ſicuro ed orgoglioſo. Era preciſamente il roveſcio della medaglia; la ſituazione gli ſi preſentava ſotto tutt'altro aſpetto.
In mezzo a queſto ſorgeva un'idea che gli riuſciva piacevole. Egli dunque ſi calunniava quando poneva in dubio di poter ſentire come li altri. Egli ſoffriva, ma ne era quaſi contento.
Cinque giorni paſſarono - cinque ſecoli - ſenza ch'egli aveſſe alcuna nuova di Paquita. Stava, come prima di conoſcerla, lunghe ore alla fineſtra, con lo ſguardo fiſſo ſulla fineſtra oppoſta, ma i vetri non ſi aprivano, non una piega delle tende ſi moveva, i fiori del vaſo appaſſivano - dimenticati. Non ſapeva coſa fare; ſi annoiava come non ſi era mai annoiato; qualunque più piccolo rumore gli dava la ſperanza, ma nulla veniva. Egli non uſcì di caſa, tranne che per cercare il cugino dal quale forſe avrebbe potuto ottenere qualche informazione, ma non lo potè trovare. Il caldo gli riuſciva inſopportabile. Tentò di ſcrivere a Tibaldo, ma non vi riuſcì; la più piccola occupazione gli era di peſo.
Finalmente, alla ſera del quinto giorno, gli furono conſegnate queſte parole: «Venite domani alle due o. Quella notte che paſſò pieno d'indeciſione, agitato or dal timore or dalla ſperanza, quella notte interminabile e come certo da molto tempo non ne aveva paſſata una ſimile, gli moſtrò che un cambiamento ſi era operato in lui. Si ricordò i balli ſplendidi ed armonioſi in cui tanto ſi annoiava, le ſignore belliſſime che lo laſciavano freddo, le fanciulle che non gli ſembravano belle, le cortigiane che gli parevano inſipide. Penſò alle cene ſontuoſe e pazze nelle quali l'allegria fragoroſa ed ebete non valeva qualche volta a farlo ſorridere, penſò alle belle inamorate che non gli facevano battere il cuore – penſò come nulla più lo intereſſaſſe qualche meſe prima, e capiva quanto aveva cambiato ora che una riga di Paquita lo riempiva di gioia e di tormento. Traverſò la ſtrada come volando, montò la ſcala, entrò.
Paquita era in piedi, vicino alla fineſtra, pallidiſſima e con la fiſionomia talmente diverſa dalla ſolita che perfino la ſua bellezza aveva quaſi mutato carattere. La ſua voce era malferma aſſai, quando diſſe: – « Signor duca..... » Giorgio impallidì. – « Signor duca, voi m'avete ingannata, ma io vi perdono e la prova è che vi ho voluto vedere ancora, ma come vi ſcriſſi, queſta ſarà l'ultima volta..... -«Paquita!... – « Vi prego di non interrompermi. Ho biſogno di parlarvi; la nonna è fuori; ho ſaputo mandarla via, lo feci perchè aveva biſogno di parlarvi da ſola. Ella non deve ſapere nulla. - « Paquita, che vi importa chi io ſia, ſe vi amo ugualmente e ſe vi giuro.... – « Mi avete ingannata. Ora laſciatemi parlare e non m'interrompete, v'ho detto. Venite con me.»
Così dicendo ella paſſò nella ſtanza vicina, quella dove avevamo pranzato il primo giorno che Giorgio era venuto in caſa, e avvicinandoſi al quadro coperto che - ve ne ricordate? ave a eccitata lo curioſità di Giorgio, lo ſcoperſe preſtamente. – Era un ritratto di donna molto ben eſeguito, ma di ſcuola moderna, ſebbene la belliſſima figura che vi era rappreſentata foſſe veſtita di un coſtume del cinquecento; il veſtito, quadrato per davanti moſtrava un petto e un collo bianchiſſimi ſul quale pendeva una collana di perle, pure i capelli, neriſſimi, erano intreciati con perle. Del reſto, uno ſguardo ardente, dei lineamenti puriſſimi, una bocca voluttuoſa e nella fiſionomia una forte ſomiglianza con Paquita, ſebbene l'eſpreſſione foſſe meno caratteriſtica e meno ſimpatica. – « È il ritratto di mia madre, o diſſe Paquita, « che io non conobbi. Era aſſai più bella di me e, come vedete, portava la ſeta e le perle, ma fece molto diſpiacere alla nonna ed ella ſteſſa non fu felice. Ne ſo poco di più, poichè non conoſco la ſua ſtoria che molto imperfettamente. Mia nonna le ha tutto perdonato e perdendola portò un lutto, che io ſola, ella diſſe, poteva conſolare. Ho fatto il mio poſſibile per riuſcirvi. – « E ſiete tutto per lei. Perchè dunque..... – « Non m'interrompete, ſignor duca. Io ho tutto l'affetto che devo per queſta madre che non mi fu dato conoſcere, poichè la nonna mi diſſe: « Ella mi ha fatto ſoffrire e mi ha fatto molto piangere e pregare per lei, ma ora è laſſù e può ella pregare per noi; tu le devi venerazione. Ma ciò che le devi più di tutto è d'eſſere virtuoſa; io forſe ti dovrò abbandonare preſto; ſe ti laſcierò ſenza appoggio, tu non dimenticare mai e guarda queſto ritratto ogni giorno, queſto ritratto velato alli occhi delli altri, ma che ti deve ſervire di ſalvaguardia. Guardati dalli inganni e ſopratutto dalle dolci parole piene di falſe promeſſe. – « Ma nulla è falſo in me. – « Tutto lo può eſſere, dacchè il voſtro nome è falſo. - Dio! ſe la nonna lo ſapeſſe, ella che ſempre mi raccomanda di ſtar lontana dai ſignori! Voi mi avete ingannata. La Providenza ha voluto che io foſſi ſalvata udendo il voſtro diſcorſo con quella bella ſignora che vi chiamò col voſtro titolo, coſa ho ſentito in quel momento, poſſiate, ſignor duca, nol ſentirlo mai!.... Ho voluto vedervi, ſebbene forſe ſia male, ho aſpettato cinque giorni per trovare la forza, ma ora ſolo ho voluto darvi una ſpiegazione; ſono deciſa a non vedervi più; vi amo forſe ancora, ma non ho paura dinnanzi a queſto ritratto. Addio, vi ſtendo la mano, ſtringetela e partite; è la mano di una fanciulla che è fiera del ſuo nome quanto voi.....» Giorgio la preſe e la baciò come avrebbe fatto ad una regina. – Mi permettete di dire due parole a mia giuſtificazione? Io era qui ſotto un falſo nome perchè aveva voluto cambiare completamente il mio modo di vivere; ma con voi l'inganno mi peſò fin dal primo giorno. Quando vi ho amato e ho ſperato di eſſere corriſpoſto, una lotta terribile s'impegnò in me ſteſſo; ma vinſi poichè deciſi di dirvi tutto e partire. Dopo quella ſera nel giardino - vi ricordate? - quando ci capimmo ambedue, feci uno sforzo di cui non mi credevo capace e venni per dirvi addio. Voi mi ſtendeſte le due mani, mi guardaſte, ed io non ebbi più la forza. Perdonatemi, lo potete, perchè non fui altro che debole e perchè vi amo troppo. Che la mia memoria reſti pura, ſiate felice, ma ricordatevi qualche volta di un amico..... – « Addio », diſſe Paquita, « vi ripeto che tutto è perdonato - e ſebbene lontano il mio..... affetto vi reſterà - Addio. – « Addio », mormorò Giorgio ancora, baciandole di nuovo la mano poi ſi direſſe verſo la porta; ma nell'aprirla cento idee, buone e cattive, ſi preſentarono d'improvviſo alla ſua mente. Una voce maligna gli ſuſurrava all'orecchio: «Imbecille! perchè partire così; ſai bene che ella è più inamorata di te! » Il ſuo cuore ſi gonfiava e capiva che gli ſarebbe ſtato aſſai difficile il riſolverſi a non vederla più.
Tornò indietro - le preſe le mani fra le ſue ed eſclamò Paquita! lo ſapete che non poſſo partire! Come lo volete? Dite, non mi amate più? Non ſi può ceſſare di amare. Come volete che tutto ſia finito fra di noi? Come volete che io vi dimentichi? Come volete che io non vi abbia più a vedere? Ditemi coſa poſſo fare, ditemi..... – « No, partite». Ella ritirò le mani dalle ſue. «Non voglio più ſentirvi parlar d'amore; non avete il nome col quale mi avete conoſciuta, non ſiete dunque più quello che io amo. Addio. »
Ella era pallidiſſima e ſi capiva che ſoffriva, ma vi era tanta freddezza nelle ſue parole che Giorgio credette quaſi di non eſſere più amato e partì.
Quale vi ſembra lo ſcioglimento più probabile? Ch'egli ſentendoſi ſcoperto, non ſapendo prendere una deciſione, dubitando quaſi perfino dell'amore, ſi decida a partire, a ritornare alla vita di prima, e non più ſuſcettibile di alcuna paſſione, tranne eſtetica, ſebbene col cuore ripieno di un ricordo ſoave, triſte, puro, che nulla può cancellare?
Queſto ſarebbe certo accaduto ſe egli foſſe ſtato uno di quelli uomini fermi nella deciſione, pronti a porre il penſiero in fatto, che trovandoſi un modo dinnanzi hanno il coraggio di tagliarlo. Ma, come ſappiamo, egli era tutt'altro. Tre giorni dopo infatti, invece di vederlo in viaggio per ritornare a far le ſue confidenze a Tibaldo, lo ritroviamo, come ai bei tempi, alla fineſtra con lo ſguardo più che mai rivolto alla fineſtra oppoſta. Quella parte di ſtranezza che vi era nel ſuo carattere cominciava a prendere il di ſopra ed egli non ragionava più. Del reſto, per quanto guardaſſe non vedeva nulla, tranne i fiori affatto appaſſiti oramai e le tendine ineſorabilmente chiuſe. Lo ſcopo della vita gli mancava e non aveva nulla da ſoſtituire; ſi ſentiva nell'anima un vuoto triſte. Guardava ſtupidamente per delle ore intiere gli ornati quaſi cancellati della fineſtra non avendo quaſi coſcienza di eſiſtere. Del reſto era perfettamente calmo; ma non lottava nemmeno più, l'idea di tentare uno sforzo ſupremo e partire, non gli paſſava nemmeno per la teſta. Penſava: « a queſt'ora ella mi crede partito e forſe ſi è già conſolata », ma talvolta invece una voce ſegreta gli diceva che era amato ancora. A queſt'idea non ſapeva più reſiſtere; i rimorſi, li ſcrupoli, la voce del dovere, tutto paſſava, egli voleva il ſuo amore, lo voleva anche per forza, non era più trattenuto a nulla.
Queſto ultimo penſiero ebbe il ſopravento; la paſſione lo accecò totalmente. Non fece più altro che aſpettare il momento favorevole per penetrare ancora da Paquita e ſorprenderla. – Gli venne l'idea che forſe ora ſpoſerebbe il cugino e non la poteva ſopportare.
Finalmente vide la nonna uſcire tutta coperta del ſuo velo. Era veſtita con una certa ricercatezza e quando fu in fondo alla via voltò a ſiniſtra. Andava certo a fare qualche viſita e ſarebbe ſtata aſſente per un po' di tempo. –Il momento era giunto; non lottò nemmeno più - e un minuto dopo ſi trovò dinnanzi all'uſcio della camera di Paquita. Era confuſo ed agitato e, ſenza renderſi ben conto di quanto faceſſe, ſenza picchiare, ſocchiuſe lentiſſimamente la porta e guardò.
Paquita era ſeduta, con la teſta tra le mani e dal movimento lievemente ſuſſultorio delle ſpalle, ſi capiva che piangeva. Giorgio ſi avanzò, tenendoſi il fiato, e con tanta precauzione che giunſe fino viciniſſimo alla fanciulla, ſenza ch'ella ſe ne accorgeſſe. Stette qualche iſtante immobile a guardarla. Un ſenſo lieve di compaſſione ed uno immenſo di gioia lo empiva. I dubii di quei tre giorni ſcomparvero dinnanzi a quella teſta, agitata dal pianto come un fiore dal vento. Piegata, laſciava vedere il collo bianchiſſimo e la maſſa dei capelli bruni.
Sentì qualcoſa che non aveva mai ſentito e piegandoſi, sfiorò con le labra i capelli della fanciulla.
Ella non gridò, ma rivoltataſi preſtamente gli moſtrò il ſuo viſo, bello anche nel dolore, e lo guardò attraverſo al velo che le lagrime le ponevano ſulli occhi. Egli non poteva quaſi parlare e non ſapeva coſa dire, ſi laſciò cadere vicino a lei e piegando la teſta ſulla ſua l'abbracciò lungamente, ſenza ch'ella ſapeſſe in alcun modo reſiſtere. Ella era a quel punto della paſſione quando la donna, nella ſua ſublime de bolezza, non ſa più che cedere; ſi ſentiva vinta. Lo ſtringeva fra le ſue braccia e non ſapeva far diverſamente; poichè quando egli entrò ella piangeva come una diſperata all'idea di averlo perduto per ſempre. Egli era ſtato fortunato nel momento; qualche ora dopo forſe ſarebbe ſtato reſpinto. – «M'ami dunque ſempre? » mormorò Giorgio.
Ma come ripetere le parole frivole ed altiſſime di coloro che ſi amano? Ella lottava però ancora: – « Perchè ſei venuto? Sono felice di vederti una volta ancora, ma la è una felicità amariſſima. Siamo forti, addio. Va, parti. – « No, non poſſo; reſto. Se mi ami davvero devi tutto dimenticare. – «Sai che oramai non poſſo avere una volontà. Tu puoi fare di me tutto quello che vuoi; dopo non mi reſterà più che a morire.
La fanciulla virtuoſa e fiera non ſapeva più dir altro. - Giorgio tremava di gioia. - A un tratto vide tutto ſotto un nuovo aſpetto, poſe in non cale una quantità di coſe cui prima dava importanza, fu preſo di ammirazione, ſi ſentì pieno di amore, capì ch'ella per lui era tutto e ch'egli tutto le doveva dare. Dimenticò Parigi, li amici, Tibaldo, tutti li oſtacoli che prima gli erano ſembrati inſormontabili e fufurrò, ſoffocato dall'emozione, queſte parole all'orecchio della fanciulla inebriata : – « Tu parli di morire? Rifiutereſti dunque di eſſere ducheſſa di Weſtford?.....»
Il caſtello di Weſtford è un ſontuoſo fabricato della ricca architettura del tempo di Eliſabetta. Fu là che Giorgio e Paquita paſſarono la luna di miele. Il vivace fiore meridionale fu trapiantato nella « merry oldEngland». - Illuminata dall'amore ella trovò belliſſime le tinte fredde di quel cielo penſieroſo, ed il verde tenero che non ſi trova -che colà, le piaque aſſai. - Dopo tornarono a Parigi dove furono raggiunti dalla nonna, il cui ſtupore e la cui gioia il lettore dovrà imaginarſela, poichè noi non la ſapremmo deſcrivere. Tibaldo giurò ch'egli non aveva ſaputo nulla prevedere, poichè ſi aſpettava a tutto, tranne che a veder Giorgio tornare ammogliato.
Del reſto, Paquita era nata ducheſſa. Da un certo lato era davvero figlia di ſua madre, dacchè amava la diſtinzione ed il luſſo. Se non aveſſe trovato Giorgio di Weſtford forſe le paure della nonna ſi ſarebbero avverate, ella non avrebbe voluto trovar marito. La ſua educazione era ſtata accurata aſſai e molto ſuperiore al ſuo ſtato, dimodochè non ebbe che a perfezionarſi. Portava la ſeta e il velluto come ſe non foſſe mai ſtata veſtita d'altro. Quando comparve per la prima volta in publico, impreſſionò tutti fortemente. Tutti ammiravano la ſua bellezza e non potevano credere ch'ella foſſe una povera fanciulla. La ſi guardava con una curioſità ecceſſiva; chi diceva: « E la ſpoſa di Weſtford, la ſtoria è tutto un romanzo ); altri: « chi avrebbe detto che Giorgio ſi ſarebbe ammogliato sì preſto»; qualcuno ſoggiungeva: « egli che ha rifiutato la mano della figlia di un principe del ſangue ! » Vedendola, eſercitava un tale faſcino, che anche le invidioſe, ammettevano che la ſua fortuna era meritata. Inoltre, Giorgio, con la ſua riputazione, poteva fare tutto quello che voleva, certo di eſſere lodato, difeſo, imitato. Il ſuo matrimonio ebbe delli effetti morali e inſieme democratici, poichè molti giovani eleganti ſi ammogliarono, e alcuni con la figlia della portinaia.
La ſua bellezza cambiò un po' carattere e ſe ſi vuole aumentò, in quella metamorfoſi dell'allegra manola in gran fignora; ſi fece più maeſtoſa, più ariſtocratica, non perdendo nulla della ſua vaga originalità e ſpecialmente della ſua blanda gentilezza. Indubiamente era giuſto che la ſi chiamaſſe Her Grace.
Giorgio ſi era accorto di eſſerſi sbagliato credendo che l'amore non eſiſteſſe più per lui. Non gl'importò più nulla di non poter realizzare le fantaſie dei pittori, la ſemplice fanciulla di Madrid aveva fatto ciò di cui le donne più ſeducenti ſarebbero ſtate incapaci, far battere il cuore a quel giovane che tutto ſdegnava e che da nulla era commoſſo. Ora era davvero contento del ſuo viaggio.
La ducheſſa di Weſtford rimane un tipo di gran ſignora piacente, ſimpatica, piena di doti e di qualità. Ma molti ſanno ch'ella prima non ſi chiamava che Paquita. Giorgio approfittando della ſua elegante impunità, non ne fa miſtero alcuno. Neſſuno è più elegante, più bella di lei in publico. Se l'avete veduta al ballo, in teatro, alle corſe certo l'avete ammirata e in tal caſo ſarete contenti di ſapere la ſua ſtoria. E avrete veduto che quella donna, così gran ſignora in tutti i ſuoi movimenti, in ogni parte della ſua acconciatura, ſi appoggia con orgoglio e con un'aria di ſuprema diſtinzione al braccio del duca. Ma ſtate certo che nei meſi che paſſano in campagna, nel vecchio caſtello di Weſtford, ſoli nella gran ſala vicino al camino gotico, o nei lunghi giri a cavallo nel parco vaſtiſſimo e pallidamente verdeggiante, egli è ſempre per la Paquita il povero pittore, venuto a ſtudiare a maniera di Murillo, e inamorato eſcluſivamente del tipo ſpagnolo.